Classici (da Manzoni a Gadda) e testi minori, dialetto e lingua italiana, centro e periferia, un affascinante laboratorio di voci: Fabio Pagliccia, dottore di ricerca in lingua e letteratura delle regioni d’Italia, ha costruito una passeggiata letteraria fatta di luoghi visibili e invisibili, nel suo Officina meneghina. Studi sulla letteratura milanese, un saggio che esplora la ricchezza e le contraddizioni di una città in evoluzione, permettendoci di scoprire una Milano che va oltre quella che crediamo di conoscere.
«A partire dall’Unità d’Italia e poi in età fascista, Milano è stata sempre, lo è ancora adesso, un immenso cantiere con la ruspa sempre in azione, per inseguire un’idea di progresso a volte anche forsennata», spiega l’autore. «Milano ha sempre mutato pelle e facendo così ha finito poi col fagocitare tutto: monumenti, cascine, antichi palazzi, interi isolati sono stati letteralmente sventrati».
L’Officina Meneghina
Alphaville 08.01.2026, 11:45
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Questa trasformazione continua ha comportato molte perdite, ma fortunatamente le testimonianze letterarie ci permettono di ricostruire una topografia cittadina ormai scomparsa. Pagliccia cita alcuni esempi: «Luoghi simbolo che oggi non ci sono più, come per esempio l’iconico coperto dei Figini, il variopinto Verziere, i vivaci Navigli… Questi ultimi ci sono ancora oggi, sì, ma sono solo due: una volta Milano pullulava di Navigli, era simile a Venezia, o ad Amsterdam».
Milano è una città stratificata, dove convivono due volti opposti ma complementari: quello romantico e aristocratico descritto da Stendhal, e quello della periferia popolare e sottoproletaria raccontata da Giovanni Testori. «Ritroviamo il lato bello, seducente e un po’ oleografico di Stendhal», spiega Pagliccia «E dall’altra parte il volto della periferia di Giovanni Testori, che è un volto sublimato, perché la periferia moderna – che poi è la metafora del moderno male di vivere – è una realtà sia fisica che dell’anima, afflitta e martoriata da problemi, da conflittualità, da contraddizioni irrisolte».

Il saggio esplora anche il periodo del futurismo, quando Milano diventa simbolo di modernità e progresso. «I futuristi sono stati proprio i profeti di una modernità aggressiva, di una modernità fatta di ciminiere, di luci artificiali, di treni in corsa. Sono stati i precursori della modernità. Loro vedono in Milano la materializzazione proprio della città ultramoderna per antonomasia».
Tra gli autori minori e i poeti popolari dimenticati, non bisogna tralasciare la produzione patriottica-dialettale molto diffusa tra Ottocento e Novecento: «L’argomento della patria è un argomento sicuramente oggi un po’ desueto, anacronistico. Però fino alla metà del Novecento, in Italia, ha goduto di una enorme, straordinaria fortuna». Notevole anche il ruolo del Ticino, in questo contesto storico-letterario: «La Svizzera italiana, in svariate occasioni, ha fornito rifugio e ospitalità ai grandi esuli italiani: Mazzini, Cattaneo. Ne ha fiancheggiato l’azione rivoluzionaria, ad esempio con la stamperia di Capolago. E questo è il segno di una prossimità storica, culturale e linguistica – anche nel senso dialettale – tra la Lombardia e la Svizzera italiana».
E a proposito del dialetto milanese, torna la secolare polemica tra difensori e detrattori: nella società alfabetizzata e di massa di oggi, i dialetti stanno scomparendo, ma questa perdita comporta un impoverimento culturale. «Per secoli il dialetto, non solo quello milanese, è stato oggetto di una campagna denigratoria che lo ha bollato come un idioma rozzo, inferiore, indegno. E tutto questo ha comportato la marginalizzazione di autori la cui unica colpa sarebbe stata quella di scrivere in una lingua “non fiorentina”, e dunque giudicata impura». Un saggio come Officina Meneghina è, da questo punto di vista, anche una prima forma di risarcimento nei loro confronti.
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