Quando il razzo dello Space Launch System si è sollevato dal Kennedy Space Center il 1° aprile, portando con sé i quattro astronauti della missione Artemis II in un viaggio attorno alla Luna dopo più di cinquant’anni, è stato come toccare con mano una certa idea contemporanea di progresso: solida, organizzata, carica di ambizioni che non vogliono arrestarsi alla superficie terrestre. La NASA immagina infatti la Luna come un nuovo punto d’appoggio, un luogo dove costruire strutture permanenti e da cui ripartire per missioni ancora più lontane, mentre la corsa con la Cina definisce il ritmo e l’urgenza di ogni passo in avanti.
Quivi ebbe Astolfo doppia maraviglia:
che quel paese appresso era sí grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s’indi la terra e ’l mar ch’intorno spande,
discerner vuol; che non avendo luce,
l’imagin lor poco alta si conduce.
Ariosto, Orlando furioso, XXXIV, ottava 71
In mezzo a questo scenario così concreto torna a farsi sentire – in controcanto – la figura di Astolfo che nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto raggiunge la Luna per recuperare il senno, ormai perduto, del paladino cristiano Orlando. Quel viaggio immaginato da Ariosto non ha nulla della fretta tecnologica del presente, anzi disvela un altro modo per metterci in rapporto con la Luna. Si muove nella sospensione, nel paradosso, in una dimensione dove la Luna rappresenta uno specchio capace di rivelare ciò che sulla Terra non riusciamo più a vedere. Astolfo, salendo tra gli astri, scopre infatti un luogo dove finiscono le cose perdute degli esseri umani: desideri, errori, tempo, lucidità, persino i sospiri di amori perduti e vani.
Mettere accanto questi due viaggi significa osservare come siano mutate le nostre domande molto più dei nostri mezzi. Artemis II vola verso la Luna per espandere la presenza umana nello spazio, per verificare sistemi, consolidare procedure, preparare la strada alle future missioni che dovranno portare gli astronauti sul suolo lunare entro la fine del decennio grazie anche alla partecipazione di colossi privati come SpaceX e Blue Origin, chiamati a sviluppare i lander delle prossime imprese. In questo movimento c’è la determinazione di un’epoca, la nostra, che identifica il progresso con la conquista.
Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desidèri sono tanti,
che la piú parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giú perdesti mai,
lá su salendo ritrovar potrai.
Ariosto, Orlando furioso, XXXIV, ottava 75
La Luna di Ariosto, invece, non richiede di essere raggiunta per essere dominata. Vuole essere interrogata per capire cosa ci muove davvero, offrendoci un accesso privilegiato alla nostra interiorità, alle conquiste e alle perdite della nostra esistenza, ai desideri più remoti e, per qualche ragione, rimossi o dimenticati. È una Luna che non promette nuove risorse, né territori da presidiare, ma un’occasione per conoscere davvero chi siamo.
E così, mentre la Luna torna a essere oggetto di progetti e protocolli, il pensiero corre inevitabilmente verso quella dimensione dove l’immaginazione non era un ornamento ma una forma di conoscenza. Ci si chiede se, nel desiderio di costruire una base permanente, non stiamo rischiando di perdere qualcosa di altrettanto essenziale, qualcosa che non si misura in chilometri percorsi o in giorni di missione. Forse la distanza più grande non è quella tra la Terra e la Luna, ma tra il modo in cui la guardiamo oggi e il modo, fanciullesco, in cui l’abbiamo sognata e interrogata per secoli, senza mai svelarla o, ancor peggio, conquistarla.

Da Ariosto, Méliès ad Artemis II
Alphaville 03.04.2026, 11:45
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