Spesso vediamo libri come oggetti innocui. Passatempi momentanei, arricchenti nel migliore dei casi, poi riposti sulle librerie come oggetti di design o calamite per la polvere. Eppure nel corso della storia hanno avuto un’importanza capitale: se si osserva da vicino ogni grande movimento sociale e politico dell’ultimo paio di millenni, da qualche parte salterà fuori un libro. Come nota lo scrittore statunitense Chuck Palahniuk:
(…) ogni generazione sovrabbondante aveva avuto il suo testo di riferimento. Un libro per giustificare le azioni che sarebbero state intraprese. I “Conquistadores” avevano avuto la Bibbia. L’esercito di Mao aveva avuto il libretto rosso. I nazisti si erano affidati al “Mein Kampf”, così come i radicali americani avevano avuto Saul Alinsky. (…) Come con il Corano o il “Libro di Mormon” o il “Manifesto del Partito comunista”, se un non-credente lo avesse aperto sarebbe rimasto perplesso, insoddisfatto, e lo avrebbe ben presto accantonato
Chuck Palahniuk, “Il libro di Talbott” (2018)
L’autore sa di cosa parla. Il suo primo romanzo, Fight Club (1996), è da almeno un decennio un testo di culto per diversi movimenti sottoculturali eterogenei che flirtano con idee di estrema destra, spesso assimilati sotto il cappello dell’alt-right (da “alternative right”, ovvero “destra alternativa”). Fenomeni nati negli Stati Uniti, ma che la cronaca recente ci dice presenti anche in Svizzera.

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Un destino simile a quello toccato a un altro testo di culto della letteratura statunitense anni Novanta, American Psycho (1991) di Bret Easton Ellis, citato spesso in gruppi misogini legati alla manosfera e agli incel. Viene quindi da chiedersi cos’hanno in comune le due opere, per cercare di capire perché abbiano così presa in alcune sottoculture.
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Fight Club e American Psycho sono opere simili sotto molti aspetti. Entrambe sono narrazioni satiriche, entrambe raccontano di perdita d’identità e follia.
Patrick Bateman, protagonista del romanzo di Ellis, perde progressivamente la sanità mentale nel disperato tentativo di colmare il vuoto tra il suo bisogno esistenziale di essere visto dagli altri e la volontà solipsistica di distruggerli. Lo scarto lo trasformerà in un serial killer spietato. Da parte sua, il Tyler Durden di Palahniuk è la personificazione stessa del rifiuto di aderire alla società, della volontà di caos e distruzione generativa.
In questo i due personaggi sono speculari: giovani in crisi identitaria, che vedono nella violenza l’unico risposta possibile, l’unico rimasuglio di un contatto negato. Scorrendo le pagine di entrambi i romanzi si ha le sensazione di essere davanti a una diagnosi più che a una prognosi. La cura è negata, l’esito in entrambi i casi è la follia.
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E quindi perché hanno assunto un peso così di rilievo all’interno di alcune sottoculture? Difficile trovare una risposta univoca. Uno dei fattori determinanti è il fatto che in molti casi la fruizione di queste opere è avvenuta attraverso la loro traduzione cinematografica, e nel cinema è spesso più complesso rappresentare la follia senza darle connotazioni estetiche. Gli stessi David Fincher e Mary Harron, registi rispettivamente di Fight Club e American Psycho, hanno spesso parlato di fraintendimenti delle loro opere.
Di certo Chuck Palahniuk e Bret Easton Ellis negli anni Novanta avevano saputo intercettare un sentimento di spaesamento e crisi identitaria che toccava i giovani uomini, e che nel corso degli anni si è intensificato. Nel frattempo, in quel solco si sono insinuate delle ideologie che hanno approfittato di quel malessere per fare breccia in un numero sempre maggiore di giovani. E chissà, magari tornare a leggere le opere potrebbe in qualche modo fare chiarezza, portare alla comprensione di questo fraintendimento che ha portato i romanzi a essere un manifesto per movimenti lontani dalle intenzioni degli autori. Perché sfido chiunque a leggere Fight Club e American Psycho e sperare di diventare come Tyler Durden e Patrick Bateman.







