Che il cosiddetto “rinascimento psichedelico”, ovvero la riscoperta a livello medico, scientifico e culturale delle molecole visionarie come l’LSD, la psilocibina (principio attivo dei “funghi magici”), la mescalina e il DMT (principio attivo del decotto amazzonico ayahuasca) abbia portato anche a un piccolo rinascimento editoriale sul tema, è un fatto assodato. Se testi classici come Le porte della percezione di Aldous Huxley o LSD: il mio bambino difficile di Albert Hofmann non sono mai usciti di stampa, e fanno parte rispettivamente dei cataloghi Oscar Mondadori e Feltrinelli UE, molti altri testi vecchi e nuovi sono andati ad affiancarli sugli scaffali: testi più aggiornati sull’argomento come Dieci trip di Andy Mitchell (Einaudi), Come cambiare la tua mente di Michael Pollan (Adelphi) o Psichedelia di Erika Dyck (Atlante) hanno trovato nuove legioni di lettori, e sono rispuntati anche vecchi libri che non si vedevano in stampa dagli anni ’60, come l’autobiografia della curandera Maria Sabina (Anima Mundi, a cura di Alvaro Estrada) che fece scoprire i funghi psilocibinici all’Occidente, o la guida L’esperienza psichedelica: un manuale basato sul libro tibetano dei morti (Mondadori) degli “psicologi eretici di Harvard” Timothy Leary, Richard Alpert e Ralph Metzner. Anche alcuni classici contemporanei che finora non avevano trovato la via della traduzione, come la Trilogia del Pharmakon di Dale Pendell (ADD) sono arrivati, e con successo, nelle nostre librerie.

Albert Hofmann, 1984
Negli ultimi anni l’onda si è allungata fino a produrre un interessante epifenomeno: sono tornati in libreria anche tanti romanzi dedicati a quel mondo hippie dove la psichedelia aveva trovato riconoscimento e sostanza, nonché sviluppato le prime pratiche d’uso occidentali. Cito almeno cinque piccoli classici del periodo: Memorie di una beatnik di Diane di Prima (pubblicazione originale: 1969), presso Quodlibet; Elektrik kool-aid acid test di Tom Wolfe (1968), riapparso nel catalogo Mondadori; La stagione della Strega di James Leo Herlihy (1971), ripubblicato da Gallucci; Flash: il grande viaggio di Ducassois (1971), riproposto da Nutrimenti con un’accattivante copertina peace & love (il romanzo è in realtà assai truce); ed Essere qui adesso di Ram Dass (nuovo nome dello “psicologo eretico di Harvard” Richard Alpert dopo aver trovato la via della mistica in India), classicone più che piccolo classico, che incredibilmente, nonostante il milione di copie vendute in patria nel ’71, non aveva mai trovato la via dei nostri scaffali.

Isola di Wight, 1970
Che quadro, e che prospettiva storica, emergono da questi romanzi (va detto, tutti molto divertenti da leggere ancora oggi)? Il primo dato da registrare è che su cinque, ben tre escono nel 1971, epoca che a ogni effetto può essere definita post-hippie, dato che il “funerale dell’hippie” si tenne a San Francisco nel 1967 e anche per il mainstream l’apice del movimento – e l’inizio della sua fine – fu il mega concerto di Woodstock del ’69. Nel 1971 c’era già il riflusso, c’era già Nixon e c’era già il proibizionismo (l’LSD era stato reso illegale nel 1967, nonostante il parere contrario del Congresso).

Brian Jones e Nico al Monterey Pop Festival, 1967
In effetti, La stagione della Strega di Herlihy, per quanto adorabile on the road al femminile, appare un po’ come un “gli hippie spiegati ai vecchi”, mentre Flash: il grande viaggio di Ducassois ed Essere qui adesso di Ram Dass documentano, in modi opposti (uno tragico, l’altro luminoso), la fuga verso oriente di masse di giovani, alla ricerca di conferme, attraverso le pratiche meditative trascendentali, alle illuminazioni lisergiche avute qualche anno prima. La famosa Hippie Trail (c’è anche un libro Odoya con lo stesso nome che la documenta, uscito solo qualche anno fa), che spostando il fulcro dell’azione da Stati Uniti, Amsterdam e Londra al subcontinente indiano, permise al movimento di sopravvivere e rigenerarsi, mutando, almeno fino al ’77. Poi gli psichedelici furono sostituiti dall’eroina, non senza qualche agevolazione “dall’alto”, e sappiamo come è andata… E se non lo sappiamo, ce lo racconta Ducassois.
Più “dentro il momento” appaiono invece i due libri di Wolfe e Di Prima: con Elektrik kool-aid acid test il decisamente non-fricchettone Tom Wolfe partì assieme a Ken Kesey e i suoi Merry Prankster, sul coloratissimo scuolabus riadattato “Further”, per vedere di persona gli acid test dove gli “allegri burloni” dosavano con LSD interi villaggi; con Memorie di una beatnik, invece, la grande poetessa Diane di Prima ci offre un racconto in presa diretta prima del movimento beat, a cui aderì ancora adolescente, e poi di quello hippie, dove fu una delle protagoniste a livello culturale.
Tutto materiale di prima mano, e la differenza si sente: nessuna indulgenza, in questi due libri, a “ciò che la gente si aspetta dagli hippie” (e infatti ne escono ritratti molto lontani dai soliti cliché), ma è pur vero che un fenomeno culturale si comprende anche leggendo cosa è stato scritto subito dopo, e non solo durante, e quindi restano consigliabili anche gli altri tre libri: La stagione della Strega di Herlihy per i romantici e i sognatori, Flash: il grande viaggio per gli stomaci forti, ed Essere qui adesso per chi – magari proprio a causa del Rinascimento psichedelico – deve ancora integrare la sua ultima esperienza visionaria (o cerca un manuale di meditazione accessibile e piuttosto scanzonato).
«Felce e mirtillo». In mostra gli hippies ticinesi
RSI Notrehistoire 24.09.1999, 18:56




