Letteratura

Il naufragio della civiltà nei diari parigini di Curzio Malaparte

Il “Giornale di uno straniero a Parigi” è stato scritto nell’immediato secondo dopoguerra, e poi lasciato in un angolo, negletto a causa della compromissione dell’autore con il fascismo. Ma non si legge Malaparte per essere d’accordo: si legge, perché i suoi sono capolavori

  • Ieri, 10:00
Curzio Malaparte negli anni Cinquanta

Curzio Malaparte negli anni Cinquanta

  • Keystone
Di: Mattia Mantovani 

Diceva giustamente Max Frisch che il diario nel senso di Journal istituisce una dialettica fatta di sintesi parziali e provvisorie, che dicono la verità di un segmento della vita ma non di una vita intera. Considerato all’interno di una simile prospettiva, il Giornale di uno straniero a Parigi di Curzio Malaparte è davvero un tipico esempio di Journal, forse uno dei più significativi.

Si tratta infatti del diario che Malaparte tenne durante un soggiorno nella capitale francese nell’immediato secondo dopoguerra e merita di essere letto tenendo presenti i grandissimi quanto controversi Kaputt e La pelle: due libri che insieme ai meno noti Il sole è cieco e Mamma marcia rientrano a pieno titolo nel ristretto novero delle opere assolutamente imprescindibili del Novecento. Perché nel caso dell’“arcitaliano” Malaparte vale l’assioma secondo il quale l’autore si identifica totalmente con l’opera, nella stessa misura in cui lo scrittore non si identifica mai con l’uomo.

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20.12.1954 - Curzio Malaparte

RSI Cultura 03.08.2025, 08:14

L’equivoco Malaparte

Amato, disprezzato, frainteso, mal posizionato. Una cosa rimane comunque certa: farsi un vanto di non leggere Malaparte per la sua compromissione col fascismo, nonché per taluni atteggiamenti piuttosto disinvolti e discutibili durante il ventennio e il secondo conflitto mondiale, è semplicemente un’idiozia, basata peraltro su una conoscenza lacunosa del suo percorso biografico, sicuramente molto accidentato e tutt’altro che lineare. Non si legge Malaparte per essere d’accordo. Lo si legge per l’altissima qualità di scrittura e per capire fino a che punto l’animo umano sia da sempre «un abisso che fa venire le vertigini», secondo le grandi parole del Woyzeck di Georg Büchner. Lo stesso discorso vale per Louis-Ferdinad Céline, Knut Hamsun e Robert Brasillach, per citare alcuni altri esempi.

Il Giornale di uno straniero a Parigi, che costituisce un ideale punto di snodo a margine della trilogia formata da Kaputt, La pelle e il postumo Mamma marcia, possiede del resto un valore inestimabile non solo sul piano letterario (Malaparte scriveva benissimo sia in italiano che in francese, come testimonia proprio questo diario), ma anche sul piano documentario, perché nelle sue pagine si possono ravvisare con estrema chiarezza le cause del processo di “marcescenza” – la parola è di Malaparte e va intesa in senso reale e metaforico – dell’intera civiltà europea.

Italia e Francia? Due delusioni

Straniero in Italia, l’“arcitaliano” Malaparte scopre di essere straniero anche in Francia. Come scrive nella nota iniziale, datata 30 giugno 1947, l’Italia gli appare in questi termini: «Un miserabile paese di schiavi, un paese di uomini sempre esposti, giorno e notte, alle peggiori violenze della polizia, della magistratura, della delazione». Deluso e amareggiato dalla patria italiana, Malaparte torna a Parigi dopo quattordici anni non di assenza ma di “esilio”, come egli stesso precisa, quasi che la Francia fosse per lui una seconda patria o perfino l’autentica patria letteraria e spirituale.

Tuttavia, nella Parigi di Sartre e dell’esistenzialismo le sue aspettative rimangono deluse, perché la grande civiltà francese non esiste più, sostituita da una cultura modaiola e dalla folla delle “sei di sera”, quasi il prodotto di una mutazione antropologica: una folla anonima e indifferenziata. E soprattutto «stanca, frettolosa, egoista, rancorosa, fredda, cattiva, sovrana». Ma in fondo lo stesso Malaparte lo aveva intuito e paventato nella nota introduttiva a Tecnica del colpo di Stato, quando aveva scritto: «Non è vero, come lamentava Jonathan Swift, che non ci si guadagna nulla a difendere la libertà. Ci si guadagna sempre qualcosa: se non altro quella coscienza della propria schiavitù, per cui l’uomo libero si riconosce dagli altri».

Pagina dopo pagina, questo suo Journal diventa quindi il racconto di un naufragio in un mondo che non gli appartiene più, perché lo straniero Malaparte, sospetto di collaborazionismo, viene osservato con odio negli ambienti dove sembra che «soltanto i francesi abbiano lottato per la libertà». Dopo un solo anno, il ritorno nell’odiamata Italia è fatale e inevitabile: il sogno di una patria ideale non regge all’impatto della Storia e si trasforma nella disperante solitudine di chi si sente straniero in due patrie. E forse ovunque, nell’inferno astratto e falsamente climatizzato della nuova “civiltà”.

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