Ammettiamolo: la tecnologia ci ha promesso un Paese delle Meraviglie e noi abbiamo sgranato gli occhi come Alice. Ci siamo tuffati nella tana del Bianconiglio, ne siamo emersi sottosopra: al di là dello specchio nero dei nostri schermi è apparso un mondo simile ma diverso, con i suoi linguaggi, spazi, tempi. Un nuovo terreno di possibilità da scoprire.
Il tempo delle novità però è il battito di ali di un colibrì. Al risveglio dall’euforia un dubbio ha cominciato a insinuarsi: e se ci fossimo sbagliati? Se avessimo male interpretato il nostro ruolo nella storia? Se non fossimo Alice, se somigliassimo più al Bianconiglio? In costante corsa, tanto da aver dimenticato per cosa corriamo; nel taschino teniamo un sofisticato orologio: richiama la nostra attenzione, ci spinge verso il prossimo impegno, scandisce il tempo.
Non è un discorso nuovo. Osservando le ombre proiettate dal tramonto dello scorso millennio, Milan Kundera scriveva:
La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo (…) quando l’uomo delega il potere di produrre velocità a una macchina, allora tutto cambia: il suo corpo è fuori gioco, e la velocità a cui si abbandona è incorporea, immateriale – velocità pura, velocità in sé e per sé, velocità-estasi.
Milan Kundera, “La lentezza”
Il problema di un continuo stato estatico è la sua somiglianza a un tiepido oblio; la memoria richiede il contraltare della lentezza. È lecito chiedersi se esista ancora spazio per una forma di resistenza all’oblio nella società della performance, in cui tutto deve essere efficiente e rapido. In fondo già da bambini impariamo ad attribuire qualità negative agli animali lenti, con tartarughe e lumache trasformate in portatrici di caratteristiche indesiderabili. Non stupisce che i bambini arrivino a chiedersi: “Perché è così lenta la lumaca?” Qualche anno fa a Gijón, in Spagna, un bambino di nome Daniel ha posto questa domanda a suo nonno: Luis Sepúlveda. La risposta è una favola dal titolo Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza.
Per Lucho, un anno dopo
Geronimo 04.08.2021, 11:35
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Scopriamo allora l’esistenza di una lumaca che si è fatta la stessa domanda, ed è stata pronta a partire per un viaggio alla ricerca di risposte. La osserviamo mentre incontra una tartaruga di nome Memoria, che viene “dall’oblio degli esseri umani”. Scopriamo con lei un’imminente minaccia, dovuta alla fame di velocità degli uomini, che mette in pericolo la vita delle creature del prato. Soprattutto capiamo con lei come (paradossalmente) la sua lentezza sarà il modo migliore per rispondere all’emergenza. Se non da un punto di vista fisico, sicuramente da uno morale. Sullo sfondo la ricerca di un nuovo Paese del Dente di Leone (o come lo chiamano le lumache, Casa) forse più modesto di quello delle Meraviglie ma non per questo meno importante e profondo.
La favola di Sepúlveda aggiunge un tassello fondamentale al discorso sull’importanza della lentezza, spostando il focus dalla dimensione individuale a quella collettiva. Se oggi la ricerca di luoghi e spazi per sfuggire all’estasi della velocità sta prendendo sempre più piede, lo fa spesso concentrandosi sulla dimensione esperienziale del singolo. La logica resta quella dell’automiglioramento, dello stile di vita personale. La fiaba di Sepúlveda obbliga a un cambiamento di direzione dello sguardo: ritrovare il tempo delle cose non va visto solo come un bisogno individuale di combattere l’oblio; è un atto di cura, la riscoperta dell’incontro e del viaggio con l’altro. Perché il rischio di una vita di corsa è quello di correre da soli. Perché se la lotta è contro il tempo, l’esito è sempre e solo una sconfitta.
Velocità
Cliché 10.04.2026, 22:00




