Letteratura

Lettori che contano (troppo)

Per alcuni, leggere diventa un fatto di statistiche: quante pagine, in quanto tempo. Ma leggere non è uno sport. Forse, è un modo per sfuggire alla solitudine

  • Oggi, 08:30
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Robin Williams in L'attimo fuggente, 1989

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Di: Alessio von Flüe 

Sono con due persone che parlano di libri. Siamo seduti a un tavolino nella terrazza di un bar.
Persona Uno si lamenta di avere poco tempo per leggere. Gli impegni lavorativi sono numerosi e intensi, i pochi momenti liberi sono dedicati alla famiglia. La discussione è tecnica: quest’anno Persona Uno è riuscita a concludere un numero X di libri, inferiore a quello raggiunto lo scorso anno nello stesso mese. Persona Due invece è soddisfatta: sul fronte lettura il periodo è favorevole; lo scorso anno ha letto un numero Y di romanzi, quest’anno se riesce a mantenere questa media – lavoro permettendo, un cruccio anche per lei – stima di raggiungere quota Y+5.
Annuiscono, si fermano; mi fissano. Si aspettano da me un numero Z, rappresentante i libri che ho concluso da gennaio. Sono in imbarazzo.

«Non tengo il conto dei libri che ho letto,» mi tocca ammettere. «Non ne ho mai capito il senso.» Mi accorgo che la mia frase suona giudicante perché tentano di giustificarsi
.«No, ma nemmeno io…» dice Persona Uno.
«Stavamo facendo una stima» dice Persona Due.
Gli chiedo perché tengano traccia del numero di libri che leggono, cerco di mantenere una voce il più neutra possibile. La mia è pura curiosità; è un’abitudine che faccio fatica a capire. Sono interessato a cogliere le sfumature che non vedo.
«È come quando vai a correre,» mi spiegano. «Serve per trovare la motivazione per leggere di più.»
Intuisco, ma non capisco. Sarà perché non vado a correre, oltre a non tenere conto delle mie letture. Per fortuna veniamo interrotti dal saluto di un amico comune e il discorso sfuma come un sospiro nell’aria invernale.

Nei giorni seguenti però continuo a tornare a quel momento col pensiero.

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Julia Roberts e Richard Gere in Pretty Woman, 1990

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Comincio a notare delle cose alle quali di solito non presto attenzione: il mio lettore ebook che mi segnala la percentuale di avanzamento nel libro che sto leggendo, per dirne una. O una sezione, sempre nell’eReader, in cui vengono annotate le mie abitudini di lettura: ci sono le ore che ho passato a leggere, la durata media delle mie sessioni, il numero di pagine che concludo in un minuto con tanto di decimali dopo la virgola – il che vuol dire che devi fare una conversione in sessagesimali per scoprire i secondi, piuttosto scomodo – e i progressi nella lettura di ogni singolo libro della libreria virtuale.

A portata di dito esiste tutto un mondo di cui ero inconsapevole: la porta di entrata per Narnia nascosta nell’armadio, un passaggio nello Stargate. La meraviglia però arriva accompagnata da un senso di disagio: per tutta la vita ho pensato di essere solo mentre leggevo, non era così. Dietro di me c’è sempre stata un’ombra. Annotava quello che facevo, mi valutava. Decido di scacciare questo pensiero, voglio fare delle ricerche. Le mie statistiche sono buone? Nella media? Sotto la media? Mi devo impegnare di più? Devo saperlo.

Su Reddit, nella sezione r/letteratura, Jason chiede agli altri utenti quanto velocemente leggano, e se abbiano dei consigli o degli strumenti per aumentare il numero di pagine che leggono in un minuto. Indica con l’acronimo PPO le Pagine lette Per Ora, poi le converte in PPM, ovvero Pagine Per Minuto. Infine, indica una media rappresentativa dei propri risultati a vari intervalli di tempo: trenta minuti, un’ora e due ore. Alcuni utenti consigliano degli esercizi per eliminare la subvocalizzazione (che scopro essere la “vocina” che si sente nella testa durante la lettura) altri citano applicazioni per smartphone che fanno apparire una parola per volta, al fine di migliorare l’attenzione – si possono impostare velocità crescenti. C’è chi suggerisce libri che insegnano metodi di lettura rapida, chi promuove i propri, chi ha svoltato la sua vita ascoltando audiolibri a velocità doppia. L’effetto complessivo di tutte le opinioni è in effetti lo stesso di quando mi informo sull’andare a correre: sono esausto.

Sempre su Reddit, stavolta nella sezione r/libri, Set chiede: “Quanti libri leggete in un anno?”. Lo spunto di discussione è la classifica dei libri letti in un anno mediamente in ogni Paese europeo. Qui le risposte sono varie: da chi si vergogna per un numero che reputa basso, a chi riceve complimenti per essere di molto superiore alla media nazionale di riferimento. Scopro di essere un Superlettore, anche solo contando i libri in digitale e senza calcolare quelli che leggo in cartaceo, ovvero la maggior parte. La rivelazione mi trova indifferente. L’entusiasmo iniziale per la scoperta di questo mondo sconosciuto scema. Torna una vecchia domanda, che mi accompagna da tutta la vita: perché leggo?

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I benefici della lettura li conosciamo tutti: amplia le conoscenze, migliora il vocabolario, stimola la mente, riduce lo stress, ecc. Abbiamo letto tutti la massima di Umberto Eco sulla lettura come “immortalità all’indietro”. C’è chi legge per noia, chi per curiosità, chi per emozionarsi. Ogni motivo è buono, nessuno lo è più o meno di un altro.

Credo che, per quanto mi riguarda, leggere abbia molto a che fare con la solitudine. Uno strano tipo di solitudine a cui cerco di sfuggire con un altro tipo di solitudine; diciamocelo: leggere non è tra le attività più divertenti da fare in gruppo. David Foster Wallace si è avvicinato a spiegare il mio rapporto con la lettura quando ha detto: “(…) penso che tutta la buona letteratura affronti il problema della solitudine e agisca come suo lenitivo. Siamo tutti tremendamente, tremendamente soli. Ma c’è qualcosa, quantomeno nei romanzi e nei racconti, che ti permette di entrare in intimità con il mondo, con un’altra mente, con certi personaggi, in un modo in cui non puoi proprio farlo nel mondo reale”.

La parola chiave: intimità. Che nel mio caso va a cozzare prepotentemente con l’idea di statistiche, risultati da ottenere e competizione. Non leggo per essere migliore di qualcuno, leggo per essere con qualcuno. Per uscire dalla prigione del mio corpo e dimenticare per un attimo che esisto ed esisterò sempre solo all’interno di me stesso, ingabbiato nelle mie percezioni, nei miei pensieri, nelle mie convinzioni e credenze. È un’ora d’aria dalla condanna alla singolarità, all’individualità.

La lettura, per quanto mi riguarda, è un ballo di coppia. Un tango, una salsa, un valzer: qualsiasi danza in cui esiste una dinamica in cui una persona porta e l’altra segue. Bisogna essere in due, ognuno ha il suo ruolo, e se la coppia funziona l’esperienza è appagante. In altre forme comunicative non trovo lo stesso tipo di rapporto; non lo trovo nel cinema, nei videogiochi o nell’arte – ma questo ha più a che fare con me che con il medium. Siamo tutti diversi e ci appagano cose diverse. Nessuna delle cose che ci fanno star bene è aprioristicamente migliore di un’altra.

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Leonardo Di Caprio in Voglia di ricominciare, 1993

  • IMAGO / Everett Collection

Il problema – se di problema si può parlare – è questo: attorno alla lettura esiste un’aura quasi mistica, che sfocia in un elitarismo fastidioso. Chi legge lo sa, è impossibile non notare quell’insieme di stereotipi e scorciatoie di pensiero che elevano la lettura – e, di conseguenza, chi legge – in una sorta di posizione di superiorità intellettuale rispetto a chi non lo fa. Complici vecchie percezioni ormai diventate tormentoni e una buona dose di tacito autocompiacimento.

Però bisogna essere realisti e ammetterlo ogni tanto: leggere non è un’attività obbligatoria e non ti rende una persona migliore. È un’ovvietà, ma a volte bisogna ricordarlo. Non tutti i libri sono uguali, non tutti i libri sono importanti, non tutti i libri ti renderanno interessante. Forse alcuni lo faranno, la maggior parte no. Cosa leggi è importante, come leggi è importante. Attraversare un centinaio di libri solo per poterli spuntare in una casella dello smartphone, cercando di raggiungere il numero perfetto per ottenere il riconoscimento sociale che ti sei immaginato, è come attraversare un centinaio di Paesi in una settimana perché ti piacerebbe essere visto come un esploratore: è stancante, inutile e soprattutto in fondo non frega niente a nessuno. Forse avevano ragione Persona Uno e Persona due, il mio tono suona giudicante. C’è ancora qualcosa che mi sfugge.

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Meg Ryan in C'è posta per te, 1998

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Forse alcuni contano i libri che leggono solo come sfida personale, non cercano nessun riconoscimento sociale. È possibile che alcune persone siano spinte da ragioni simili alle mie e a quelle descritte da Foster Wallace, e tengano traccia delle loro letture solo per condividere con gli altri i propri risultati. Anche per competere con qualcuno, in fondo a quel qualcuno ti devi avvicinare. Le storie di competizione sono storie di rapporti tra persone.

Magari la loro ricerca di un modo per sfuggire dalla solitudine non avviene tanto con la lettura quanto con la condivisione. Cercano il gruppo, che sia su Reddit o durante un discorso al bar. E in un mondo ossessionato dai dati e dalle statistiche forse i numeri possono creare legami. Non lo condivido, non funziona così per me, però lo posso capire.
La letteratura è sempre stata anche confronto – di idee, di culture, di esperienze. E il fatto che per me sia un ballo di coppia non esclude che per altri possa essere un ballo di gruppo.

È come nella corsa: c’è chi corre da solo e chi lo fa in compagnia, c’è chi si gode il panorama mentre macina i chilometri e chi ascolta il corpo nel tentativo di superare i propri limiti. Correre può voler dire qualcosa di diverso per ognuno di noi. Poi c’è sicuramente anche chi lo fa solo per potersi vantare dei propri risultati, non prendiamoci in giro – ma credo che quelle persone prima o poi lasceranno perdere la corsa, perché è faticosa e richiede costanza e dedizione. Passeranno a un altro sport, continueranno a cercare qualcosa che gli dia la gratificazione che cercano. O almeno immagino, io non vado a correre.

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