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La scelta di abortire, e come raccontarla nei libri

L’interruzione di gravidanza è un tema poco frequentato, e spesso l’approccio è sbagliato. Iacobelli, Harmange, Lattanzi, Ernaux: storie diverse, che trattano la donna come oggetto o la rimettono, al contrario, al centro della narrazione

  • 2 ore fa
Annie Ernaux in Svezia per il Nobel 2022

Annie Ernaux in Svezia per il Nobel 2022

  • IMAGO / TT
Di: Valentina Mira 

L’aborto non è un’eccezione. Esige una narrazione onesta, modi seri di affrontare la questione. Come al solito, ciò che non è raccontato non esiste; l’interruzione volontaria di gravidanza resta tra gli argomenti meno raccontati e, quando invece succede, raccontati peggio in assoluto.

Ad esempio seguendo la tendenza - egoistica, di fatto, e ignorante politicamente - di fare della propria storia un paradigma. È il caso, per esempio, di Battito cardiaco rilevato di Simona Iacobelli per la casa editrice Pagine, casa editrice che (al netto del nome, così generico) è la stessa de Il Borghese, del Candido e de La Destra italiana; per dirla con Guccini, non c’è niente da spiegare se non l’hai capito già. Nel caso in questione, l’autrice si è pentita del suo aborto, e l’utilizzo che viene fatto della sua testimonianza è a corredo di una narrazione trauma-centrica che vuole che le donne non abortiscano più. Come al solito, si scorda (o si fa finta di scordare) che non v’è stato tempo in cui la legalità o meno dell’interruzione volontaria di gravidanza abbia fermato la sua pratica; l’unica differenza? Il rischio per la vita della donna.

Battito cardiaco rilevato di Simona Iacobelli (copertina)

Battito cardiaco rilevato di Simona Iacobelli (copertina)

  • Pagine

La sfida della letteratura è quella di accogliere tutte le sfumature dell’umano - e quindi anche qualunque tipo di aborto, quello voluto, quello di cui ci si pente, quello spontaneo, quello sereno, quello sofferto, un numero di aborti maggiore a uno, quello legale, quello illegale, la pillola, l’intervento chirurgico, da sole, con un’amica, senza fidanzato, col fidanzato, coi genitori che impongono vedute e scelte oppure che non ci sono, con genitori buoni e supportivi - restando consapevoli del fragile contesto in cui ci si muove (un diritto continuamente sotto attacco, e troppo spesso disatteso).

È proprio pensando a questo che Pauline Harmange ha scritto il suo Aborto - il personale è politico, agli antipodi rispetto al primo testo citato. Ci racconta il suo, senza vittimismo: già una boccata d’aria fresca, vista la retorica in cui marcisce l’argomento. Non si limita a questo, ma argomenta della necessità di tenere assieme tutte le esperienze, spiegando come mai, se c’è dolore, questo c’è, senza espungerlo dal racconto; è il trattamento disumanizzante di alcuni medici, è la famiglia, è il contesto? La letteratura è parte di quel contesto, e mai si dovrebbe piegare a fare da riflesso condizionato di ciò che ci si aspetta dalle donne.

In Cose che non si raccontano, Antonella Lattanzi si muove in un crinale di questo tipo, delicato. Resta sul personale, non elimina il dolore e arriva a collegare il non esser riuscita ad avere figli più tardi con quella scelta presa anni prima. Il libro non è scevro da qualche riverbero di condizionamento cattolico, un senso di colpa. Questo non lo rende meno umano, anzi.

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09:03

Antonella Lattanzi 

Cliché 29.10.2024, 09:00

  • RSI

Il dibattito sull’aborto - penso in particolare al Paese in cui vivo, l’Italia - ha sempre usato come veicolo la letteratura. Ed è sempre stato molto violento. Si pensi a Pier Paolo Pasolini e ai suoi articoli, poi raccolti negli Scritti corsari. Il punto di vista era quello del feto, non quello della donna; ma Pasolini feto non era, e la sua era paura, proiezione. Significativo che anche un uomo di così alta statura intellettuale non avesse gli strumenti per empatizzare con la donna che sceglie di abortire: per questo s’è detto della violenza del dibattito a riguardo.

L'evento di Annie Ernaux (copertina)

L'evento di Annie Ernaux (copertina)

  • L'Orma

Per fortuna abbiamo Annie Ernaux, Premio Nobel per la Letteratura, e il suo breve ma mastodontico L’evento. Racconta di quando l’ha scelto lei, in anni in cui non era legale, non omette niente.
Ed è profondamente donna, e femminista.
Lo è quando dice - in quegli anni - qualcosa che ancora oggi è rivoluzionario:

Camminavo per la strada con il segreto della notte tra il 20 e il 21 gennaio nel mio corpo, come una cosa sacra. Non sapevo se ero stata ai confini dell’orrore o della bellezza. Provavo un senso di fierezza. Forse la stessa dei navigatori solitari, dei drogati e dei ladri, quella di essersi spinti dove gli altri non oserebbero mai andare. Può darsi sia qualcosa di quella fierezza ad avermi fatto scrivere questo racconto.

Non omette mai il dolore, Annie Ernaux. E le difficoltà, e un mondo contro. È proprio per questo che noi, immerse nella narrazione vittimistica, colpevolizzante (e auto-colpevolizzante), ridotte ad abortire davanti a medici che ci fanno vergognare, infantilizzate da chi ci insegna da adulte a usare il preservativo (omessa la critica all’uomo, di solito assente), possiamo capire quella fierezza. È l’orgoglio di chi dice: io ho scelto. Di chi si prende le proprie responsabilità, e le difende. La differenza tra una bambina e una donna. Tra un uomo che si immagina feto, e colei che sa decidere di ciò che la riguarda. Che, se ha dei ripensamenti a posteriori, non ci scrive un libro sopra. O, se lo scrive, ha la consapevolezza e la responsabilità di sapere che le sue parole pesano. Pesano, come parole di donna devono sapere di pesare.

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Iniziativa sull’aborto: un rifiuto che divide

RSI Archivi 26.09.1977, 08:34

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