Letteratura

Sandra Petrignani

I luoghi della scrittura, la scrittura dei luoghi

  • 30 marzo 2023, 00:00
  • 14 settembre 2023, 09:01
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Di: Marco Alloni

Sui cosiddetti “luoghi della scrittura” si sono spese molte pagine. Esiste anche un certo sofisticato e ludico feticismo in proposito, secondo il quale gli ambienti dove un’autrice o un autore raccoglie i propri pensieri sarebbe una determinazione fondamentale degli stessi. Si tratta di un feticismo non privo di fondamento, perché, volendo allargare il campo dai luoghi intimi della scrittura – appartamenti, studioli, scrivanie, balconate, terrazze – ai luoghi della vita, è evidente che senza la sua Russia Tolstoj non avrebbe mai scritto Guerra e pace, senza le sue erranze Chatwin non avrebbe mai scritto Che ci faccio qui? e senza la sua Africa la Blixen non avrebbe mai scritto La mia Africa. E si potrebbe continuare, magari distinguendo due macro-categorie: gli scrittori “da salotto” e gli scrittori “da strada”, i borghesi Kafka e Woolf da una parte e i proletari Miller e Merini dall’altra. E ovviamente decine di altre categorie della toponomastica letteraria.

Ma a prescindere da tali categorismi, la suggestione rimane viva e la domanda ineluttabile: quanto si riflette un ambiente, una casa, un luogo, una condizione fisica e geografica nell’opera di chi vi si trova a vivere e a lavorare?

Sinceramente con Sandra Petrignani

RSI Dossier 18.11.2014, 22:30

Sandra Petrignani, che nella sua vita non ha certo lesinato gli spostamenti per il mondo – pensiamo, per esempio, allo struggente Ultima India – ce ne dà una risposta nel volume La scrittrice abita qui, che in estrema sintesi potrebbe essere definito un affondo nell’intimità di alcune tra le maggiori scrittrice contemporanee. Un affondo che non si limita a squadernare evidenze – oggetti, ambienti, colori e atmosfere più o meno domestiche – ma diventa una preziosa occasione, in un certo senso un arguto pretesto, per parlare di chi tali oggetti, ambienti, colori e atmosfere li ha potuti abbracciare con le mani e lo sguardo durante il proprio lavoro creativo.

Ecco allora che in sette mirabili “ritratti” veniamo a conoscenza non solo di sette scrittrici fondamentali, ma di tutto ciò che la loro opera “deve” al loro vissuto quotidiano. Le scrittrici in questione sono Grazia Deledda, Marguerite Yourcenar, Colette, Alexandra David-Néel, Karen Blixen e Virginia Woolf. Inutile dire che stiamo parlando di alcuni vertici della letteratura mondiale novecentesca.

Ma ciò che maggiormente seduce in questo itinerario di Sandra Petrignani – lei stessa, in una nota introduttiva, ammette che nei “ritratti” ha anche cercato di capire se stessa – è che l’autrice non scandaglia a caso l’intimità delle “sue” scrittrici, ma riconosce e individua quasi d’istinto dove lo sguardo debba cadere. Così questo intenso e sconfinato pellegrinaggio tra lo “spirito delle cose” che hanno dettato l’opera di queste scrittrici non ripete un canone adottabile per chiunque, ma appunto si adatta alle suggestioni che ciascuna autrice porta con sé. E quindi, partendo da minutaglie del quotidiano, apre la riflessione a quelli che potremmo definire gli archetipi o le fondamenta della loro opera.

Siamo dunque di fronte a un metodo, che pur richiamando apparentemente un semplice sentimento di devozione e ammirazione, è in realtà una straordinaria mistura tra filologia – o se vogliamo filologia dei luoghi – e biografismo. Ne viene così un fecondo intreccio – oggi si direbbe, un efficacissimo mix – tra narrativa pura e critica letteraria, tra gusto della digressione biografica e affondo nelle ragioni ultime e nelle motivazioni più intime che hanno portato le “sue” scrittrici alle vette della produzione moderna e contemporanea.

Per cui non ci si muove sul semplice piano della biografia, e nemmeno su quello astratto della saggistica filologica. Bensì sul crinale, a suo modo più affascinante, di quella realtà fisico-immaginativa che riflette l’una nell’altra esistenza e opera.

Come si diceva a esordio di questo articolo, non è sicuramente quello della Petrignani il primo caso di indagine dei “luoghi della scrittura”. Ma il merito dell’autrice piacentina non risiede tanto nell’originalità dell’approccio, bensì nell’aver saputo valorizzarlo nel modo più intelligente. Ricordandoci, tra le altre cose, per ogni singola scrittrice trattata, che storia personale e storia letteraria sono in fondo indossolubilmente intrecciate. E che un testo senza contesto è infine nient’altro che una ipotesi del tutto priva di fondamento.

Questo aspetto effonde lungo l’intero libro un senso di magia. Senza che Sandra Petrignani esplici mai questo suo convincimento, ci ritroviamo a ogni nuova pagina in una sorta di immersione implicita nella ragione stessa della letteratura: creare mondi partendo da mondi, inventare realtà partendo da realtà. Una dialettica incessante che può prendere spunto da piccoli ammennicoli o da contesti geografici molto più estesi, ma che infine ci riporta inesorabilmente sempre alla stessa magia: sapere che nessun luogo è letterariamente interessante in sé, ma sapere anche che nessuna letteratura è oggettivamente possibile senza i luoghi da cui ha tratto voce. E quindi ecco che giungiamo, “ritratto” dopo “ritratto”, all’incanto di una sorta di verità: nessuna critica letteraria può infine pretendersi esaustiva laddove non è anche, in primo luogo, una toponomastica dell’intimità. Che in altre parole potrebbe essere riassunta in un allusivo: non c’è immaginazione del mondo che non sia debitrice di un tagliacarte, di una siepe, di un diario polveroso, di una strada, di un tramonto o di un odore tra gli infissi di una mansarda.

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