Umberto Simonetta, nato a Milano il 4 aprile 1926 e cresciuto in Svizzera (dove il padre, esule antifascista, lavorava come rappresentante di commercio), rappresenta il tipico caso del grande dimenticato. Dopo la morte nel 1998, il suo nome è infatti scivolato in un oblio ingiusto, colpevole e inspiegabile. Quasi completamente trascurato dagli editori e conseguentemente anche dai lettori, sembra perfino uscito dal canone. «Drammaturgo, paroliere, umorista, scrittore e giornalista italiano»: così lo derubricano fin troppo sbrigativamente le storie letterarie.
Simonetta è stato invece un poeta e paroliere di straordinario talento, autore tra l’altro delle ballate del Cerutti Gino, musicate e cantate da Giorgio Gaber. Ma soprattutto è stato un lucido e disincantato osservatore delle contraddizioni che hanno lacerato l’Italia del boom economico e più in particolare l’odiamata Milano, una città che nelle sue pagine si è trasformata da luogo geografico a coordinata esistenziale.
"Storie del Signor G"
RSI Cultura 24.12.2024, 13:05
Potrà quindi sembrare un paradosso, ma il paragone maggiormente appropriato è quello che associa il “milanesissimo” Simonetta ai due milanesi acquisiti Dino Buzzati e Stendhal, perché anche la sua Milano (i quartieri periferici, le nebbie, i sudari di caligini, il produttivismo fine a se stesso, l’alienazione della metropoli, la mezza cultura del ceto borghese) è un luogo concreto, ma è totalmente reinventato dal linguaggio e trasferito in una realtà che contiene immaginazione, fantasticazione e mito, e insieme li trascende, esattamente come in Buzzati e Stendhal.
Milano è presente ovunque nelle pagine di Simonetta, nei copioni per la rivista scritti negli anni Cinquanta, nei bellissimi testi delle canzoni di Gaber, nelle sceneggiature scritte con Paolo Villaggio (Simonetta è uno degli inventori del personaggio di Giandomenico Fracchia, il che sarebbe più che sufficiente per garantirgli un posto nel pantheon dei grandissimi). Consapevole che i ruoli si sono ribaltati e ormai è l’autore ad andare vanamente in cerca dei personaggi, il “figlio del secolo” Simonetta non ha risparmiato le convenzioni, finzioni e ipocrisie che fanno troppo spesso del consorzio umano una trama di rapporti cerimoniali dove tutti fingono (o si illudono) di tenere insieme qualcosa di inconsistente. Se quindi ci si chiede cosa rimanga, cent’anni dopo, la risposta è molto semplice: tutto.

Luca Daino, Un milanese "non tanto regolare" (copertina)
Ma se proprio si dovesse operare una scelta, la preferenza non potrebbe che toccare alle opere schiettamente narrative: la «trilogia della gioventù milanese» degli anni Sessanta (Lo sbarbato, Tirar mattina e Il giovane normale) e il romanzo I viaggiatori della sera, pubblicato nel 1976 e ormai da tempo irreperibile (Ugo Tognazzi ne trasse alcuni anni dopo l’omonimo film con Ornella Vanoni).
La trama riprende uno spunto già presente in due racconti di Buzzati, Cacciatori di vecchi e L’entrümpelung: in un futuro non lontanissimo, un governo occhiuto, autoritario e troppo interessato alla (presunta) salute dei cittadini favorisce la delazione per mantenere un forte controllo sociale. Come se non bastasse, è stata inoltre approvata una legge per cui tutti i cittadini, al compimento del quarantanovesimo anno di età, sono obbligati ad abbandonare la propria abitazione e il posto di lavoro per trasferirsi nei villaggi residenziali appositamente costruiti in alcune località della Riviera Ligure.
È la sorte che tocca ai protagonisti Alvaro e Annamaria, una coppia di commercianti milanesi che la nuova legge obbliga a trasferirsi ad Arenzano, dove scopriranno che l’idilliaca località di mare è stata riadattata a discarica umana che accoglie tutti gli scarti e rimasugli di una società senza passato, né presente, né futuro, dove tutto è ormai ridotto a una carnevalata senza alcun senso. I viaggiatori della sera chiude idealmente il cerchio che si era aperto un decennio prima con Tirar mattina e l’indimenticabile personaggio del giovane Aldino, dove il racconto dell’ultima notte di libertà prima di entrare nella vita lavorativa e quindi nella prosa della realtà era anche il racconto di una società ebbra di illusioni che si sarebbero trasformate in cocenti disillusioni. “Milanesissimo” e attualissimo, Umberto Simonetta: a un secolo dalla nascita, si spera sia giunto finalmente il tempo di riscoprirlo.






