I libri sono diventati una nuova moda. Sulle riviste patinate, ci sono articoli che mettono aggettivi come “cool” e “chic” di fianco a copertine di Proust. E scrivono frasi come: «I libri sono diventati elementi da mettere in mostra».
Bello, vedere che i libri fanno copertina dalle riviste di moda. Bellissimo, che li vogliamo mostrare. Bellissimo anche che i giovani li vogliano tenere in mano, magari di fianco a un cappotto perfetto, a una tazza perfetta. Però: non sarà che questo cortocircuito è andato un po’ troppo oltre? Certo, scegliamo gli oggetti per dare una definizione della nostra identità, ma anche, al contrario, gli oggetti ci raccontano chi siamo.
"Le perfezioni" di Vincenzo Latronico, Bompiani (dettaglio di copertina)
C’è un cambiamento in atto? I libri stanno diventando degli oggetti, delle cose, delle pose? Vincenzo Latronico, autore di Le perfezioni, candidato allo Strega e all’International Booker Prize, non ha una risposta netta, al riguardo: «Mi verrebbe da dire di sì. Però mi verrebbe da dire anche: un po’ lo sono sempre stati. Mi ricordo, quando andavo a scuola – ormai sette, ottocento anni fa – che c’era chi faceva vedere che stava leggendo Milan Kundera, per darsi un certo tipo di arie. Credo sia una cosa che, a periodi, va e viene. Detto questo, visto che i libri non soltanto li scrivo e li vendo, ma sono anche una mia passione, in fondo trovo che questa cosa possa essere anche un bene. Anni fa, facevo parte di un gruppo a Milano che lottava per avere più piste ciclabili, e a un certo punto – non so se ricordate il 2003, 2004 – hanno cominciato ad andare di moda certe biciclette d’epoca, tanto che si vedevano nelle vetrine dei negozi di vestiti. Biciclette costosissime. E alcuni, facendo un po’ gli schizzinosi, dicevano: “Però noi vogliamo che sia una passione politica, non una moda”. Risposta: “Ma se questi vanno in bici, quale che sia la ragione per cui lo fanno, alla fine è un bene per tutti”. Ecco, io la vedo un po’ così, anche se si parla di libri».
Rachele Bianchi Porro: Le cose di Georges Perec è il romanzo al quale Le perfezioni rende omaggio, ed è un libro che racconta proprio quanto cerchiamo gli oggetti, quanto li sogniamo, li desideriamo. Gli oggetti definiscono anche chi siamo.
Vincenzo Latronico: Questo era esattamente l’interesse di Perec. Negli anni ‘60 ha raccontato quella che a lui sembrava una trasformazione della società, e cioè la gente che aveva cominciato a essere ossessionata dal possesso di cose, vestiti, di un certo tipo di casa… perché la società era più ricca, perché era cominciata la società dei consumi. L’intuizione di Perec è stata: se davvero noi, consumisti, ci definiamo attraverso gli oggetti che abbiamo, che desideriamo, che risparmiamo a lungo per comprare, allora io posso raccontare la vita di due persone raccontando unicamente il loro rapporto con gli oggetti. Quelli che bramano, quelli che sognano, quelli che comprano e alla fine non vogliono più. Che è ciò che capita sempre. È così acuto e penetrante dal punto di vista psicologico… anche se è un libro degli anni ‘60 è davvero attualissimo, ti tira dentro.
Rachele Bianchi Porro: Le perfezioni sembra rendere conto dello slittamento successivo: nelle Cose eravamo alla società dei consumi, qui la società dei consumi ormai è fatta, finita e consumata. Non si desiderano più solo le cose, si desidera qualcosa in più, un’idea ancora più vaga: la perfezione.
Vincenzo Latronico: A noi piace dirci qualcosa tipo: «La società dei consumi è tramontata. Noi non pensiamo alla roba, agli oggetti, pensiamo alle immagini». Vogliamo proiettare un’immagine di noi perfetta, secondo quelli che possono essere i nostri standard sui social media. E così ci sembra di segnalare una grande trasformazione digitale della società. Ma in realtà, in fondo sotto c’è sempre una sorta di insicurezza, di insoddisfazione che viene canalizzata, magari attraverso una pubblicità, o attraverso la storia di un influencer che ti dice: «Sarai meno infelice, sarai meno insicuro se compri questa cosa, se fai questa experience, se vai in questo posto…» Alla fine, il meccanismo è sempre quello.
Rachele Bianchi Porro: In Le cose avevamo gli anni ‘60, e una coppia di intellettuali parigini. Nelle Perfezioni abbiamo una coppia di creativi a Berlino, città in cui lei ha abitato e che conosce molto bene. È un modo per dirci che non cambiamo mai davvero? O che non impariamo mai davvero?
Vincenzo Latronico: Bella domanda… Penso che in fondo sia che non impariamo mai, perché questo tipo di meccanismo, questo tipo di insoddisfazione generata dalla necessità della società dei consumi di farci consumare sempre di più, non è un assoluto dell’essere umano, è un’acquisizione abbastanza recente. E forse è così recente che non abbiamo ancora imparato a trovare degli antidoti, che ci permettano un po’ di distanziarci da questa cosa.
Non sto dicendo di andare a vivere in una baita di legno scollegata dal mondo, però deve esserci una via di mezzo. Di sicuro il fatto che il mio romanzo abbia incontrato comunque un’accoglienza calorosa da parte di lettrici e lettori, pur riproponendo la stessa domanda che poneva Perec 60 anni fa, fa vedere che evidentemente dobbiamo lavorarci ancora un po’…
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