Elvis Presley impiegò venti mesi per passare da zero al milione, dall’assoluto anonimato allo status di idolo della scena musicale. Accadde tutto a tappe forzate tra il luglio 1954 e il 23 marzo 1956, giorno in cui, settant’anni fa precisamente, la RCA Victor pubblicò il primo long playing di quel ragazzo di Memphis; dodici canzoni che si possono considerare la pietra d’angolo della nuova costruzione rock&roll.
Elvis non aveva ancora vent’anni quando era entrato per la prima volta nello studio di Sam Phillips, un discografico che cercava talenti nel sud degli Stati Uniti e qualcosa portava alle grandi case discografiche e altro produceva per la sua etichetta, Sun Records. Presley fu la scoperta più fruttifera; un bel ragazzo dai modi gentili che in scena si scatenava con un suo personalissimo mix di rhythm and blues e country music, il diavolo e l’acqua santa di quell’epoca musicale, i ritmi e gli strilli degli afroamericani vietatissimi ai ragazzi bianchi che miracolosamente s’incrociavano con le canzoni della prateria. Phillips sfruttò il talento di Elvis per un anno e mezzo, pubblicando cinque singoli e scoprendo che a ogni uscita la fama del ragazzo si espandeva e dal Tennessee arrivava a tutta la nazione americana. Non aveva i mezzi per sfruttare tutto quell’enorme potenziale e alla fine del 1955 si decise a cedere il suo gioiello alla RCA Victor per la fantasmagorica cifra di 40’000 dollari. Mai era successo che si spendesse una somma del genere per un giovane talento; così giovane che fu necessario convocare il padre per la firma del contratto, essendo Elvis ancora minorenne.
La RCA portò subito Presley in studio (e in TV) e saggiò il terreno con un suggestivo singolo, Heartbreak Hotel, in cui la neonata star si presentava avvolto nel mistero, senza il fuoco e le fiamme di altre performances. L’appuntamento era solo rimandato, perché un mese e mezzo dopo, il 23 marzo appunto, uscì il primo LP dell’artista, un sapiente mosaico composto con i tasselli dei tanti possibili Elvis. Sette canzoni venivano dalle sessions di gennaio, altre cinque erano nastri precedenti ceduti dalla Sun. C’erano l’Elvis scatenato e scandaloso di Blue Suede Shoes, Tutti Frutti, I Got a Woman, Money Honey, il più rilassato interprete di Tryin’ to Get You e I Love You Because e il rassicurante crooner di I’ll Never Let You Go e Blue Moon, due pezzi al miele destinati più che agli adolescenti ai loro genitori. Elvis non firmava nessun brano, non lo avrebbe mai fatto, ma sapeva marchiare ogni canzone con stile e personalità; e i brani che venivano dal mondo black, da Ray Charles, Little Richard, i Drifters, non erano sbiaditi come di solito accadeva ma conservavano forza e brividi, ed era quello che entusiasmava le giovani generazioni.
L’album andò a intitolarsi semplicemente Elvis Presley, con una riuscitissima copertina che riassumeva plasticamente le emozioni del disco, un ventenne che in piena libertà sfogava i suoi ormoni, la bocca aperta, la chitarra in mano. A fine anno il long playing raggiunse il milione di copie vendute e la RCA per la prima volta superò con un disco il milione di dollari d’incasso. Il 31 agosto, caso eccezionale, i dodici i brani dell’album furono ripubblicati su sei 45 giri, per chi non poteva permettersi un “padellone” e per il mercato dei juke box; a dimostrazione che al pubblico il disco era piaciuto tutto, ma proprio tutto.
LEGATO A “MILLEVOCI” (RETE UNO) DEL 23.03.2026, ORE 10.00
