«L’avvento di Trump alla Casa Bianca aveva generato un clima da fine dei tempi, e io mi sentivo smarrito nella musica. Non riuscivo a tirar fuori cose che fossero nuove o percepibili come tali. Era quella sensazione di non avere un futuro o di aspettare che accadesse qualcosa». Thomas Schmidiger lo chiama “doomsday pop” il suono del suo alter-ego solista Tender Ender; pop “da fine del mondo”, sempre bello ma sempre pericolosamente al limite. A Confederation Music ha parlato con Marco Kohler del suo primo disco, Black Swan.
Thomas Schmidiger è stato il cantante del trio rock bernese Dead Bunny, un’esperienza breve e intensa dopo la quale ha scelto di reinventarsi partendo dal pianoforte e dalle grandi melodie di Elton John che lo avevano stregato da bambino.
Black Swan (A Tree In A Field Records) è la prima tappa di un viaggio personale e sperimentale che, in questo debutto, è come un film ambientato poco prima della fine e nell’attimo subito dopo. Musica sfarzosa e rassicurante, kitsch e cinica in cui il cigno nero del titolo è simbolo di un capriccio della natura, di un’anomalia o di un incidente fortunato. E non è necessariamente foriero di buone novelle. In questo album così “strano” diventa addirittura stato d’animo.
Nel titolo dell’album affiora «un certo romanticismo apocalittico, in cui ti chiedi, quando qualcosa sembra imminente, se in fondo non lo si desideri ardentemente nonostante possa essere un evento terribile», spiega Schmidiger.
30 anni vissuti su questo pianeta hanno modificato l’idea pittoresca e gioiosa del mondo costruita nell’infanzia da Thomas Schmidiger. La questione, quindi, è accettare che sia così. È questo il concetto di Black Swan che Tender Ender ci canta con una voce audace: vi mostro la realtà con eleganza, così la pillola è più dolce!


