Briciole sonore: un lembo di rete dove andare a zonzo tra canzoni, suoni, pensieri.
Vai a sapere perché, ma quando parto con qualche nuova intrapresa musicale, nelle primissime proposte che metto in elenco figurano i Grant Lee Buffalo. Si vede che per me sono, in un certo senso, casa. Forse perché vanno bene in tutte le stagioni compresa l’estate, specie al tramonto. Scaldano a dovere e rinfrescano quando serve, sono fuocherello e brezza.
Che poi sono stati una scoperta tardiva. I singoli li conoscevo, ma solo successivamente ne ho approfondito il percorso. Da quel gioiellino di country-folk a tinte gotiche che è Fuzzy (1993) avrei potuto tirare fuori la title track (magari lo faccio in autunno) oppure scegliere la sveglia sociale di America Snoring; invece no, mi sorprendo a canticchiare Jupiter and Teardrop.
Ah, quelle storie di emarginazione che tanto ci colpivano negli anni ’90, anche se non capivamo tutte le parole! Strani personaggi con un vissuto difficile alle spalle e davanti a sé (proprio come i nostri Giove e Lacrima) popolavano l’immaginario di una generazione alternativa chepperò aveva in Mtv un primo strumento globale di diffusione. Ma vogliamo mettere lo stile di una canzone in cui alla radio suonano Jackie Wilson? Vabbè che solo l’attacco sospeso e il successivo schianto emotivo valgono il riascolto multiplo. Roba da infilare una giacca trucker con lanuto collo sherpa, un paio di stivaletti e imboccare il più ghiaioso dei sentieri.
Dev’essere proprio la ghiaia a graffiare le corde distorte della chitarra di Bill Janovitz in Larry (1992), dei Buffalo Tom. Cinque, circolari minuti di rituali quotidiani che si gonfiano di tenerezza, la stessa provata leggendo i commenti in rete dei tanti che il pezzo lo hanno scoperto grazie a una serie tv arrivata molto dopo, 13 Reasons Why. Il tempo qualcosa mette a posto.
Janovitz oggi si divide fra la band e il lavoro di agente immobiliare. Quando lo intervistai, gli chiesi se c’era qualche rimpianto per non essere riusciti a sfondare nell’epoca d’oro del rock alternativo: lui con serenità e diplomazia mi rispose che il successo dipende da una combinazione di fattori, non tutti influenzabili. Avere buone canzoni può non bastare. Tutto sommato, pensando alla fine che hanno fatto tanti musicisti sbocciati in quel periodo, è andata meglio così. Vederlo duettare con Eddie Vedder mi ha rappacificato con la vecchia e un filo illusoria visione di una “nazione alternativa” unita e solidale.
Niente, sono in vena di ballate. Visto che fluttuiamo tra distorsioni chitarristiche e rimbombi emotivi, rincorrendo le vite degli altri nella vastità di certe ambientazioni a stelle e strisce, quale pezzo può riassumere il tutto meglio delle praterie interiori di Country Feedback dei R.E.M.? Che in un disco rifinitissimo e traboccante di spunti come Out of Time (1991) risalta per la sua crudezza (fu presa e inscatolata così, buona la prima). C’è sempre questa cosa bellissima dei testi di Michael Stipe, che evocano ma sfuggono, lasciandoti il compito di interpretarli. Parole “atmosferiche”. Qui non aveva un testo pronto, solo un foglietto con qualche appunto.
Capita di avere in testa un disco e di ripercorrerlo: Shiny Happy People (primo amore adolescenziale), Losing My Religion (meravigliosa ma un po’, come dire, ipersuonata), Low (ecco, ci stiamo avvicinando), Texarkana, Near Wild Heaven, Endgame (bene, ma non disperdiamoci). Fino a che non rimani impigliato nelle increspature di Country Feedback.
La riprova che in studio puoi pompare, levigare e lucidare tutto ciò che vuoi, ma se non hai nulla da dire otterrai un nulla ben pompato, levigato e lucidato.
Dal 1993 siamo risaliti al 1991; rincasati dall’inseguimento di Jupiter and Teardrop, passando per le curvature ipnotiche di Larry, siamo tornati a ritroso in noi stessi, guidati dalla voce appena sporcata di Michael Stipe. Ci sta, a volte, di guardarsi dentro con le orecchie.
R.E.M.
Facciamo una band? 11.11.2025, 06:10
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