Tre ragazzotti con una predilezione per le giacche di pelle nera, appoggiati ai margini di un mondo di copertine e riflettori: così si presentano i Black Rebel Motorcycle Club al loro debutto discografico. B.R.M.C. esce il 3 aprile 2001, e per il rock è un ritorno alla ruggine, a quelle ammaccature nel suono che non appartengono ai sottogeneri più ascoltati in quel momento, su tutti nu-metal e post-grunge. Siamo altrove rispetto a Korn e Deftones, Nickelback, Creed e Puddle of Mudd.
La band viene da San Francisco ma porta la Gran Bretagna nel cuore; il nome lo ha preso dal film Il selvaggio, quello in cui Marlon Brando è a capo di una banda di motociclisti.
Il bassista Robert Levon Been è figlio di Michael cantante dei The Call, ma si presenta come Robert Turner per non rivelare la parentela. Peter Hayes, che della band è il frontman (senza farci pesare la cosa), ha suonato nei Brian Jonestown Massacre, collettivo psichedelico uscito dalla mente sempre vispa di Anton Newcombe.
Il rock dei BRMC non si impone con un impatto frontale. Lo taglia piuttosto in diagonale, usando come lama il suono stratificato ed escapista dei gruppi ’80-’90 dall’altra parte dell’Atlantico a cui la band si ispira. Jesus and Mary Chain, My Bloody Valentine, Verve, Ride, Stone Roses sono i modelli, debitamente unti con l’olio motore della Detroit in cui scorrazzavano i primi Stooges.
La messe di corde allestita dal terzetto californiano è il veicolo per un disco in cui al primo posto vengono le atmosfere. Scariche elettriche e strimpellate acustiche sono carne e ossa; il basso è marcante, sa come prendersi il proscenio. La batteria di Nick Jago scandisce con semplicità: è l’ancora che tiene a terra il polverone sonoro.
Nel mix la produzione concede di proposito qualche cosa al caso, lascia sbavature. Sovrapposizioni imperfette generano fischi, disturbi audio. Qui entra la voce: lontana da ogni pretesa di protagonismo, ha connotati quasi onirici. Hayes invoca ed evoca, riempie i vuoti inserendosi lateralmente. Dev’essere il potere immaginifico della musica a parlare.
Tutto B.R.M.C. ha uno sguardo in dissolvenza: i rimpianti che aprono Love Burns divampano nel ritornello e covano nei tizzoni blues della successiva Red Eyes and Tears. La tirata di Whatever Happened to My Rock’n’Roll fa da cesura aprendo a una serie di brani sospesi, in cui la psichedelia confina con l’orizzonte liquefatto del deserto. Sono canzoni che si prendono il loro tempo, lontane dai formati radiofonici, peregrinazioni a zig-zag fra conscio e inconscio.
I Black Rebel Motorcycle Club non inventano nulla - non ne hanno nemmeno bisogno. Si limitano a dimostrare come l’applicazione onesta delle lezioni apprese e la scelta verso toni sfumati, mentre gli altri fanno a gara a chi strilla più forte, bastino per ritagliarsi il proprio rifugio.
E chiederci ancora, dopo tutto questo tempo: cos’è successo al mio rock’n’roll?
BRMC, gente giusta con la giacca giusta (Radio Monnezza, Rete Tre)
RSI Cultura 24.03.2026, 21:00
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