Frugando tra i miei ricordi di periferia, negli anni dell’adolescenza ritrovo qualcosa di quell’euforia da novità condivisa dal critico musicale Riccardo Bertoncelli nelle pagine di Abitavo a Penny Lane. Memorie di anni gloriosi di rock, jazz e blues (Feltrinelli).
Intendiamoci: quando noi della Generazione X eravamo virgulti, i giganti erano già passati mettendo sottosopra culture e controculture. Con tutto il bendiddio piovuto tra i ‘60 e i ‘70 (Dylan, Beatles, Hendrix giusto per ingolosire), i giovani dell’epoca avevano vissuto l’impatto di musiche capaci di cambiare l’aria. Musiche attorno a cui costruire un’identità, un’idea di futuro. Nell’Italia raccontata da Bertoncelli, l’inestinguibile sete di suoni e informazioni sui nuovi beniamini doveva superare le anse di una diffusione tutt’altro che capillare, cosa che alimentava l’indagine del mistero.
“Abitavo a Penny Lane”
Konsigli 25.03.2026, 18:00
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Noi, in un certo senso, raccoglievamo i frutti di quella stagione. Nei ‘90 la distribuzione aveva fatto notevoli passi avanti, la stampa di settore era una realtà affermata grazie alla semina dei decenni precedenti. C’erano le tivù con videoclip in rotazione tutto il giorno. L’algido compact disc aveva da tempo scalzato il padellone (come Bertoncelli chiama il 33 giri), obsoleto reperto prima di ritrovare un suo commerciabile perché. La ricerca di nuova musica si era fatta più semplice. Ma non meno affascinante.
Fatte le debite proporzioni, anche le nostre orecchie di giovincelli trovarono qualcosa di loro: Nirvana, tutta Seattle e il rock alternativo (non entriamo nel merito di questa etichetta...), i Sonic Youth fase “pop”, il rap Golden age, i primi contatti con l’elettronica che cresceva rigogliosa nella Gran Bretagna della drum’n’bass. Da qui poi, attraverso le necessarie peregrinazioni, ognuno si costruiva i propri ascolti. Compatibilmente con le risorse finanziarie, ché da ragazzini 30 franchi di cd imponevano valutazioni ponderate (ciò nonostante sono riuscito a buttare soldi anche così).
Molto era già stato suonato, detto e scritto rispetto agli anni ’60-’70. Tant’è che, grazie alle informazioni che circolavano, più facilmente si potevano recuperare Pistols e Sabbath, CCCP e pure gli Area (per coerenza anagrafica, mi passarono una cassettina con 1978 Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!).
Sopravvivevano ancora tratti di un rapporto lento con la musica: il disco che dovevi farlo ordinare perché in negozio non c’era, il negoziante “che ne sapeva” - e riusciva pure a consigliarti dei dischi fighi - e quello che invece ti guardava con due occhi così quando gli chiedevi un disco che non conosceva. Per dire, un mio amico domandò se era arrivato il primo dei Rage Against the Machine sentendosi rispondere «Cos’è, una compilation da discoteca?» dall’altra parte del bancone. E parliamo di un’etichetta del gruppo Sony, non di una indie semisconosciuta. In fondo, per noi era bello proprio perché non tutti sapevano.
Sia chiaro: oggi ci sono .- e aprono ancora - negozi che “resistono” con la forza della passione e della competenza. Qui si procede sul filo della memoria.
Sarà un caso, ma alcuni dei dischi che solo a guardarli mi fanno sobbalzare il cuore sono stati comperati ai tempi del liceo. Acquisti effettuati fra una lezione e l’altra, portati a casa a fine giornata e divorati all’istante dalle casse dello stereo. (Ah sì, bisognava anche ehm studiare ehm).
Teniamoci alla larga dal trombonesco “si stava meglio quando si stava peggio”; non è nemmeno il sottotesto di Abitavo a Penny Lane. Che, anzi, infonde un senso alle imprese di chi è ancora in cerca di quel disco o quell’artista “suo” nella torrenziale disponibilità odierna. Ok ok, oggi magari ci si atterra rimbalzando tra un correlato e l’altro: qui non ci sono verginità da difendere.
Comunque ci si arrivi, resta musica che brilla dove la luce è scarsa. Quella penombra che, scrive Bertoncelli, è «l’habitat ideale per il desiderio e per il mito». Là dove le orecchie godono di più.

Puliamo il vinile!
RSI Cult+ 22.04.2023, 00:00




