Una sicura promessa

Joan Thiele, la vera voce dei duetti di Sanremo

Con Nayt affronta “La canzone dell’amore perduto” di Fabrizio De André e si impone all’Ariston per maturità interpretativa e identità timbrica, tra le prove vocali più solide di questa edizione

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Joan Thiele durante l'esibizione de "La canzone dell'amore perduto"

Joan Thiele durante l'esibizione de "La canzone dell'amore perduto"

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Di: EBo 

Nella serata dei duetti del Festival di Sanremo, tra riletture più o meno fedeli e operazioni nostalgia, è accaduto qualcosa di meno prevedibile: Joan Thiele, insieme a Nayt, ha scelto di confrontarsi con La canzone dell’amore perduto di Fabrizio De André. Non un brano qualsiasi, ma una delle architravi della canzone d’autore italiana.

Thiele, cantautrice cresciuta tra culture e geografie diverse, ha costruito negli anni un percorso lontano dalle scorciatoie radiofoniche, fatto di ricerca timbrica, scrittura personale e un’estetica musicale riconoscibile. Sul palco dell’Ariston questa identità non si è diluita, anzi. La sua interpretazione è stata un esercizio di controllo e intensità. Voce scura, registro saldo, dinamiche governate con intelligenza: Thiele ha lavorato per sottrazione, lasciando che il testo respirasse, evitando qualsiasi tentazione di sovraccarico emotivo.

In una serata spesso dominata dallo spettacolo, Thiele ha scelto la voce. E proprio questa scelta l’ha distinta. Tra i partecipanti di questa edizione, la sua è apparsa come una delle prove vocali più consapevoli: non tanto per virtuosismo, quanto per coerenza e maturità interpretativa. La capacità di mantenere una linea narrativa chiara dall’inizio alla fine del brano, senza cedimenti né compiacimenti, ha restituito al pubblico una lettura compatta e contemporanea.

C’è poi un dato simbolico che merita attenzione. Fabrizio De André, artista che con il Festival ebbe un rapporto complesso e mai del tutto conciliato, è arrivato all’Ariston attraverso due musicisti nati molto dopo la stagione d’oro della canzone d’autore. Non come icona da museo, ma come autore vivo. Thiele e Nayt hanno evitato l’operazione calligrafica: hanno accolto il brano dentro il proprio linguaggio, dimostrando che la tradizione può essere abitata senza essere imitata. È in questa trasmissione non nostalgica che si misura la vitalità di un repertorio.

Nel panorama femminile di questo Festival, il nome di Malika Ayane resta un punto di riferimento per eleganza, controllo e ricerca timbrica. Ed è proprio in quella traiettoria che si può leggere il percorso di Joan Thiele. Non si tratta di imitazione, né di un passaggio di consegne dichiarato, ma di una continuità estetica: la stessa centralità del fraseggio, la stessa attenzione quasi artigianale al suono della parola, la stessa scelta di sottrarre invece di accumulare.

Thiele sembra raccogliere quell’idea di canto come spazio di misura e identità, lontano dall’enfasi e dalla dimostrazione di forza fine a sé stessa. Se Ayane ha rappresentato negli anni una forma di raffinatezza pop capace di coniugare tecnica e personalità, Thiele ne incarna oggi un possibile sviluppo, con un timbro più scuro e una scrittura più spigolosa, ma con la medesima vocazione alla precisione e alla coerenza.

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Non ci resta che... 25.02.2026, 10:30

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