Disparità di genere

Sanremo: la presenza femminile resta minoritaria

Dalla gara agli autori, fino alle polemiche rivolte al femminismo delle “Bambole di pezza”: il Festival continua a mostrare quanto la parità di genere resti lontana

  • 59 minuti fa
Bambole di pezza

Bambole di pezza

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Di: gapo 

Il Festival dell’Ariston è il principale evento culturale del Paese e, proprio per questo, finisce per riflettere – con sorprendente fedeltà – il patrimonio intellettuale e i pregiudizi della maggioranza della popolazione. Sanremo diventa così una lente d’ingrandimento attraverso cui osservare lo stato di salute di questioni cruciali come la parità di genere, soprattutto alla luce delle recenti polemiche nate tra un giornalista e il femminismo de Le Bambole di pezza.

Anche quest’anno, senza troppa sorpresa, la presenza femminile in gara rimane minoritaria: le artiste rappresentano appena il 38% dei Big. Una sproporzione che si fa ancora più marcata se si analizzano i dati sugli autori dei brani. Come rileva Quid Media, su 118 firme coinvolte, solo 15 appartengono a donne. Il rischio, evidente, è quello di abituare il pubblico all’idea che sia “normale” che le donne siano sottorappresentate e che siano più adatte a ricoprire ruoli marginali, spesso limitati alla co-conduzione.

Negli ultimi dieci anni soltanto una donna ha vinto il Festival: Angelina Mango, nel 2024. Prima di lei, bisogna tornare al 2014 con Arisa, che l’anno successivo ricoprì anche il ruolo di co-conduttrice. Fu lei stessa a dichiarare di essersi sentita più che altro una «valletta» perché «La co-conduttrice sta sempre al fianco del conduttore. Io andavo e venivo, andavo e venivo, ero una piccola parte del Festival». Del resto, anche la conduzione e la direzione artistica sono ambiti in cui la rappresentanza femminile è storicamente marginale. Basti pensare che, in oltre settant’anni di storia, l’unico incarico di direzione affidato a una donna risale al 1997, con Carla Vistarini (che condivise il ruolo con Pino Donaggio e Giorgio Moroder). Un’anomalia, più che un precedente.

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Scandaloso, poi, quanto accaduto negli ultimi giorni tra un giornalista e Le Bambole di pezza, in gara con Resta con me. L’intervistatore ha chiesto se non fosse ormai controproducente portare avanti tematiche “così” femministe nei loro brani: «Non pensate che oggi, negli anni tremila oramai [ha detto così], questa contrapposizione sia un po’ vecchia?». La band ha ribadito la volontà di raccontare la parità di genere proprio perché viviamo ancora in una società profondamente segnata da logiche patriarcali. La replica del giornalista è stata: «C’è la parità, non è una società patriarcale, vogliamo dire un luogo comune: “Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, a casa mia comanda mia moglie”», a cui il gruppo ha concluso ricordando che le donne non chiedono potere solo in casa, ma ovunque.

La disparità è evidente anche al di fuori dell’Ariston: basta osservare la classifica dei 100 album più ascoltati in Italia nel 2025, in cui compaiono soltanto otto artiste donne. Un’eccezione nel panorama manageriale esiste, e porta il nome di Marta Donà, prima manager ad aver vinto il Festival per quattro volte (con Olly, Angelina Mango, Marco Mengoni e i Måneskin). Una dimostrazione, se mai servisse, che quando le professioniste occupano posizioni di vertice sono capaci di risultati straordinari. Ma si tratta, appunto, di un’eccezione.

Forse non basta più che Conti, di fronte alla scarsa presenza femminile, si limiti a dire: «Evidentemente è un momento discografico in cui la produzione maschile è maggiore di quella femminile»… La verità è che finché la rappresentazione mediatica resterà sbilanciata, anche l’ascolto delle artiste sarà inevitabilmente penalizzato. Spesso, basterebbe iniziare a compiere scelte meno condizionate. In definitiva, nessuno pretende che il Festival sovverta da solo un intero sistema. Ma, ogni tanto, anche un piccolo passo può contribuire a spostare l’orizzonte.

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