Musica italiana

Mainstream, l’ultima rivoluzione della musica italiana

Compie 10 anni il secondo album di Calcutta, che trasformò l’indie in fenomeno di massa

  • 2 ore fa
Calcutta
  • Imago / Pacific Press Agency
Di: Patrizio Ruviglioni 

La rivoluzione del 2016, l’ultima di cui si ha avuto traccia finora nella musica italiana, è cominciata in realtà nel 2015: precisamente il 30 novembre, dieci anni fa, con l’uscita di Mainstream, secondo album di Calcutta. Nel giro di pochi mesi sarebbe cambiato tutto: il cantautore di Latina avrebbe tirato fuori l’indie dagli scantinati dei piccoli locali underground, trasformandolo - da titolo, a metà tra l’ironia e il mettere le mani avanti - in fenomeno di massa, mainstream appunto, codificato come it-pop, nuovo pop italiano; di fianco, su strade parallele, anche il rap si sarebbe imposto come genere di riferimento, specie grazie all’esplosione della trap. Sono le celebri settimane in cui “succedono decenni”: con la diffusione delle nuove piattaforme di streaming, nel giro di poco tempo si afferma direttamente un nuovo modo di produrre e consumare canzoni, rapido e fluido, che in termini di gusti segna un cambio della guardia senza precedenti, facendo mancare la terra sotto i piedi a decine di artisti e modelli consolidati da tempo. E ovviamente lanciando, nel frattempo, Calcutta e soci.

Il pubblico - ma si sarebbe scoperto lì - era stanco, voleva altro, solo che non lo sapeva. E se l’hip hop, da un lato, dieci anni dopo fatica ancora a essere del tutto assimilato da parte degli ascoltatori (specie quella più avanti con l’età), per la sua natura più tradizionale Calcutta ha davvero rinnovato il pop, come dimostra anche il suo lavoro da autore per altri, richiestissimo, da Elisa a Giorgia. È un nuovo standard. In mezzo, l’affermazione di una nuova scena che con lui condivideva il liquido amniotico dei piccoli club, e che di lì a poco avrebbe visto piantato sulla cartina i nomi - di primo e secondo pelo - di Cosmo, Motta, Coez, Frah Quintale, Lo Stato Sociale, Ex-Otago, dello stesso Brunori Sas e soprattutto dei TheGiornalisti, gli unici della lista che già prima del 2016 avevano dimostrato di poter ambire a un successo di massa.

Ma Calcutta era un’altra cosa, non a caso è stato lui ad aprire la breccia. Merito di dieci canzoni fulminanti, di cui già il primo estratto, Cosa mi manchi a fare, uscito a settembre, aveva saggiato la forza, incassando numeri e un interessi rari prima di allora per la scena, grazie anche a un video girato al Pigneto di Roma - suo quartiere d’elezione - con poco budget e tante idee da Francesco Lettieri, un altro che avrebbe fatto parecchia strada (è regista dei colossal di Liberato, tra i tanti). Da lì, complici le varie Frosinone («Leggo il giornale, c’è Papa Francesco e il Frosinone in Serie A») e Gaetano («Ho fatto una svastica in centro a Bologna, ma era solo per litigare»), la musica italiana avrebbe ripensato le proprie fondamenta, anche estetiche. Addio pop televisivo, un po’ patinato e figlio dei talent; benvenuto indie-pop, pop alternativo, d’ispirazione più intimista, cantautorale, Luca Carboni e Lucio Dalla su tutti, più in chiave lo-fi ma sempre guardando agli anni Ottanta, rinunciando all’immagine da grandi star a favore della sostanza, di un profilo più basso e in parte dimesso, come lo era quello dello stesso Calcutta, antidivo per eccellenza.

A produrre Mainstream fu Bomba Dischi, etichetta allora agli inizi, che su quell’intuizione avrebbe costruito un impero (Ariete, Franco126, Giorgio Poi). Eppure, quei provini erano a disposizione di tutti, nascosti in piena vista: Calcutta era un personaggio noto nell’underground, un irregolare che già aveva pubblicato un album, Forse… (2012), che conteneva già il seme di ciò che sarebbe successo tre anni dopo. Perché - ed è questo il punto - Cosa mi manchi a fare e le altre rappresentarono una rivoluzione: furono le prime di quella scena a raggiungere milioni di persone, a proporre un’alternativa; ma agli altri, ecco, non sembravano così spiazzanti. Di nuovo, già dal titolo, più che alla profezia che si auto-avvera viene da pensare che Calcutta avesse avuto la sfacciataggine di compiere il grande salto che i colleghi dell’underground si vergognavano di compiere, ma le vicende degli anni successivi - un assalto di massa alle classifiche da parte dell’ormai ex-indie, la nascita di tanti cloni e il fatto che, comunque, si trattava pur sempre di una bolla, per cui qualcuno si farà anche male - dimostrano che quella voglia di “arrivare” era assai diffusa.

A fare la differenza semmai è stato l’enorme talento di Calcutta stesso, il primo della scena ad aver coniugato - e tutt’ora il migliore a farlo, come si vede anche negli altri due suoi dischi, Evergreen (2018) e Relax (2023) - una certa dimensione da stadio, fatta di melodie da cantare a squarciagola, ritornelli epici e frasi a effetto, con una scrittura intima e surreale, ironia e allegramente disperata. Più che iperrealismo, il suo, era quasi un realismo magico, orgogliosamente outsider, “sfigato”. Il resto è stata una questione di tempistiche: stava venendo fuori una generazione di ventenni per lo più fuorisede che si ritrovava nei suoi «non ho lavato i piatti con lo Svelto, e questa è la mia libertà», ma soprattutto nell’idea di un popstar disfunzionale come lui, riluttante al ruolo di star, alla sua immagine perfetta e vincente, perfino disincantato nelle interviste, defilato - nonostante, presto, dei numeri da gigante - nello spettacolo. Fu l’artista giusto, ecco, al momento giusto. Nel giro di pochi mesi sarebbe diventato un fenomeno nazionale, grazie anche alla spinta dell’anti-tormentone Oroscopo. Poi quella rivoluzione in parte sarebbe già rientrata, ancor prima di un’eventuale, naturale scadenza. Non lui però, rimasto in vetta pure nell’epoca del riflusso, sempre senza tradirsi, segno che in Mainstream c’era un artista, davvero, diverso dagli altri.

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Il brano di Ramazzotti scritto da Calcutta (Un’ora per voi, Rete Tre)

RSI Cultura 14.09.2025, 13:00

  • Matteo Aroldi / RSI
  • Herbert Cioffi

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