Di lei Bob Dylan ha detto: «Portava una spada ovunque andasse, quella ragazza». Quella spada in realtà è un archetto, lo stesso con cui Scarlet Rivera, toccando le corde del suo violino, ha contribuito a scrivere pagine indimenticabili del rock. È suo lo strumento che si sente in Desire, l’album di Dylan del 1976. Martino Donth ha incontrato la musicista statunitense poco prima del suo recente concerto a Molino Nuovo, il 21 gennaio 2026. Conversazione racchiusa in Musicalbox.
Il rapporto di Rivera con il suo strumento, che sarà anche rivoluzionario, inizia all’età di 7 anni tramite lezioni private. Continua a suonarlo nell’orchestra classica, fino a che «durante gli anni del liceo, ho iniziato ad ascoltare Bob Dylan e la musica rock». È una folgorazione: «quella musica aveva acceso una luce in me. Ho pensato: “Wow, voglio fare parte di questo mondo”», ricorda.
Il suo desiderio è destinato ad avverarsi in grande stile, e per concretizzarsi sceglie una situazione quasi da film. Mentre cammina per il Greenwich Village violino in spalla, le si affianca un’auto. Il finestrino si abbassa e l’uomo seduto all’interno la invita a partecipare a una sessione di registrazione. Quell’uomo è Bob Dylan. «Credo fosse semplicemente scritto che dovessimo incontrarci, e sembrava che io fossi preparata per quel momento», commenta oggi. L’audizione è lunga e si conclude con i due che si recano a un concerto di Muddy Waters. «Ripensandoci, sono certa che stesse valutando come me la sarei cavata in tour. Voleva vedere se mi sarei tirata indietro dicendo “Oh no, non posso farcela”. Ma l’ho fatto».
Desire è ancora oggi un album che risuona nelle orecchie e nei cuori. È il disco di Hurricane, una delle più veementi canzoni di protesta di sempre, ma anche di Isis e Romance in Durango. Il suo contributo a quei pezzi è frutto di un lavoro di… dieci minuti! «Dovevamo imparare i brani senza spartiti»: così si compone in un’epoca in cui non si possono spedire file sugli smartphone. «Imparavamo il brano nei primi dieci minuti suonando insieme, e poi lo registravamo dal vivo senza sovraincisioni». Quelle parti sono nate sul momento, «senza avere la possibilità di pensarle in anticipo. Era: o nuoti o affoghi».
Il suo approccio al violino ha cambiato il ruolo dello strumento nella canzone, fino a quel momento di tipo decorativo, «una piccola ciliegina sulla torta del brano, non le viscere. Era considerato quasi un fronzolo elegante». Con Rivera quelle corde diventano carne del brano: «lo suonavo come una chitarrista rock, o un sassofonista. Era così che lo approcciavo nella mia mente». Certe alchimie non passano da formule complicate, ma da un semplice cambio di prospettiva.
A metà anni ’70, Rivera fa parte della Rolling Thunder Revue, una sorta di carovana artistica capitanata da Dylan che è tournée musicale ma anche spettacolo teatrale ed evento politico. La violinista ha impresso nella mente il nervosismo prima del debutto, e il cantautore che la aiuta ad accordare lo strumento: «Lo fece solo per mettermi a mio agio, perché sapeva che stavo per salire su un grande palco per la prima volta, e voleva davvero che avessi successo».
Dopo l’esperienza con Dylan, pubblica dischi fusion ma, contrariamente alle aspettative, decide almeno all’inizio di non cantare. Critica severa di sé stessa, ritiene di non poter competere con i cantanti che ha affiancato. Ci vorrà un po’ di tempo, ma alla fine ce la farà, perché «io sono la mia voce, non sto gareggiando e ho storie da raccontare che rimarranno non dette se non le canto io». Il suo spirito aperto si riflette nella composizione, con uno stile distante dalla rigidità che l’ha allontanata dal mondo classico: «Quella mentalità che dice “questo accordo è proibito, questo non si fa”. La trovo molto limitante», è il suo pensiero.
Attualmente Scarlet Rivera sta ultimando un album del cui risultato si dice «molto felice e orgogliosa». Il disco è prossimo all’uscita, si intitolerà Violin Violin e sarà portato in tour.
Il violino, Dylan e 50 anni di carriera
Musicalbox 03.02.2026, 16:35
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