Ritorno sulla scena

Il pop italiano ha riscoperto i dialetti

Geolier, La Niña, Marco Castello: i giovani musicisti imboccano nuove strade espressive, (ri)pescando dalla tradizione

  • Un'ora fa
La Niña

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Di: Patrizio Ruviglioni 

Sorpresa: la musica italiana è ripartita dalle radici, da una tradizione mai davvero valorizzata negli ultimi trent’anni. E cioè, dai dialetti, da Geolier in giù. È un’inversione di tendenza, a lungo infatti il ricorso a una lingua diversa dall’italiano vero e proprio è stato considerato una zavorra, un suicidio commerciale, piuttosto - fino a metà anni Zero - meglio l’inglese. Ma la recente, grande popolarità delle lingua madre unita forse a una certa voglia di riscoprire l’antico, ecco, ha portato alcuni artisti a compiere un passo di lato. Prima, gli episodi erano stati pochi, e anche a fronte di evidenti picchi creativi - Gabriella Ferri negli anni Sessanta con il romanesco, lo stesso Nino D’Angelo con Napoli subito dopo - non si era andati oltre una certa gittata locale, complice pure il campanilismo. L’unico capace di bucare questa cortina di ferro e arrivare a tutti era stato Pino Daniele, che però dopo il primo decennio di carriera aveva comunque lasciato indietro l’idioma partenopeo. Fine, poco altro.

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E invece oggi no, come dimostra in primis proprio il successo di Geolier, che ha appena pubblicato il quarto album Tutto è possibile, secondo da quando Sanremo 2024 l’ha reso un fenomeno di scala nazionale, multiplatino. Certo, il legame con la città d’origine, Napoli, dove vive, resta in primo piano, e anzi proprio in questo disco parla del difficile rapporto con le radici una volta arrivato il successo. Ma la verità è che il suo rap in dialetto è un fenomeno ampio e trasversale, come indicano i numeri - è il quarto italiano più ascoltato su Spotify nel 2025, l’album Dio lo sa è invece al secondo posto - e in generale l’impatto sulla scena hip hop e non solo, con tanto di tour negli stadi la prossima estate.

È una piccola rivoluzione, s’intende, di cui è consapevole lui stesso, che pure in Tutto è possibile lamenta il fatto di scrivere rime «che mezza Italia neanche capisce», ma che spesso ha rivendicato la scelta di continuare a cantare in napoletano - altrimenti, fa capire, sarebbe un tradimento, l’ha detto anche all’Ariston - e che sta già cambiando il mercato. Perché il dialetto non è più un limite.

E non è più neanche una questione di genere. Anzi, se Geolier l’ha sdoganato nel rap e nell’urban, la sua concittadina La Niña ha seguito il percorso inverso: dopo degli inizi incerti in una sorta di r&b ultracontemporaneo - forse era ancora in cerca di una propria voce - con Furèsta (2025) ha dato una svolta alla sua carriera, tra l’elettronica minimale e strumenti e suoni della tradizione partenopea, con testi in dialetto e d’ispirazione sociale e femminista. Il disco, con cui l’anno scorso ha vinto anche la Targa Tenco come “Miglior album in dialetto”, l’ha affermata come una sorta di Rosalía italiana, con una serie di concerti in tutta Europa e che in Italia ha sbancato festival e club, nel segno di ascoltatori spesso giovani e giovanissimi. Non era mai stata così apprezzata, prima d’ora.

Fuori da Napoli, l’esempio più brillante è invece il siracusano Marco Castello, al terzo album con questo Quaglia sovversiva (2025), dove ripesca il funk e pop dei vari Lucio Battisti, Enzo Carella e lo stesso Daniele in chiave contemporanea, con testi ironici che usano meme e linguaggio di oggi, sì, ma anche espressioni siciliane - a volte, come nel cavallo di battaglia Beddu, i testi sono del tutto in dialetto. Per quanto, a livello di suono, distante da La Niña e diametralmente opposto a Geolier, con i colleghi condivide un pubblico composto in primis da nuove generazioni, oltre che - nel suo caso, l’ha fatto notare - neanche strettamente legato al luogo d’origine, dove come gli altri due è rimasto a vivere. Insomma, in mezzo a tanta riscoperta delle radici, tira aria di presente e futuro, altro che nostalgia. E chissà che, nel 2026, non tocchi a un altro dialetto.

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Musica italiana e dialetti: una lunga frequentazione (Io canto in italiano, Rete Tre)

RSI Cultura 29.01.2026, 21:00

  • Maurizio Forte

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