Musica post-punk

Sleaford Mods, tutta la rabbia della working class inglese

Nel suo nuovo “The Demise of Planet X” il duo alza il livello degli argomenti affrontati, mantenendo inalterato l’approccio tagliente a bassa fedeltà

  • Oggi, 15:02
Andrew e Jason (Sleaford Mods)

Andrew e Jason (Sleaford Mods)

  • Imago / Gonzales Photo
Di: Kappa/RigA 

La classe operaia inglese (quel poco, malconcio, che ne resta) non va in paradiso ma, come tradizione vuole, si ritrova al pub, dove affoga nelle pinte di birra le sue frustrazioni, le inquietudini per un presente alienante e un futuro che non promette nulla di buono.

Sono le cupe brume che si levano dalle East Midlands inglesi - la regione, tra le altre, di Nottingham - anche loro colpite dalla deindustrializzazione che iniziò a erodere la capacità produttiva del paese già diversi decenni fa. Qui operano da ormai una ventina d’anni gli Sleaford Mods.

La Gran Bretagna post-Thatcher, post-Blair, post-Brexit si vede addosso le vesti di impero globale ma è dal suo cuore che arrivano scosse non indifferenti: conflitti latenti lungo più linee (soprattutto sull’asse che collega politica e questioni razziali) che in determinati passaggi deflagrano in scontri aperti.

Dalle crepe di una società inglese, quella dei giorni nostri, che sembra sempre più sul punto di smarrirsi, emerge la musica degli Sleaford, duo composto da Jason Williamson e Andrew Fearn. Fuori in questo 2026 con il tredicesimo album, The Demise of Planet X (Rough Trade Records).

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“The Demise of Planet X”, Sleaford Mods, Rough Trade Records (dettaglio copertina)

“The Demise of Planet X” - Sleaford Mods

Konsigli 21.01.2026, 18:00

  • www.roughtrade.com
  • Sergio De Laurentiis

Il duo si è sempre distinto per la sua estetica molto diretta: sulle basi essenziali prodotte da Andrew, Jason «letteralmente abbaia invettive contro qualsiasi dramma esistenziale lo turbi», così lo descrive il giornalista Claudio Biazzetti, ospite a Kappa di Sergio De Laurentiis. Un approccio uguale su disco come dal vivo. L’aggiunta di “stile” durante i concerti la conferisce poi il sodale Andrew, che «se ne sta con la birra in mano, l’altra nella tasca e la estrae solo per cambiare la prossima traccia sul computer». L’effetto è molto d’impatto, forse superiore a quanto prodotto da chi si sbatte tanto ma, stringi stringi, non ha granché da proporre. A qualcuno potranno sembrare pure un po’ zotici, epperò sono molto efficaci.

Nonostante sia scarna e minimale, c’è molto nella musica degli Sleaford Mods. Definita post-punk, in realtà dentro ci trovi tante cose: ci senti un po’ di Suicide, il motorik krautrock, mentre l’assalto vocale di Jason può richiamare alla mente Mark E. Smith dei Fall, Johnny Rotten o un vecchio filibustiere come John Cooper Clarke, anche se lui è cresciuto a «pane e cultura mod, Stone Roses ma anche Wu-Tang Clan».

The Demise of Planet X prende le mosse dalla teoria cospirazionista secondo cui in questo secolo la Terra finirà distrutta nello scontro con un pianeta detto X, per l’appunto. Previsione più volte rimandata. «Loro hanno semplicemente preso questa metafora per parlare di apocalisse, quindi è come se fosse già successa», spiega Biazzetti. «Tutto sta andando avanti come se niente fosse successo. Però stiamo vedendo anche in questi giorni il disastro che ci si para davanti».

I temi affrontati segnano un salto di qualità nella produzione del duo, che dall’osservazione della realtà attorno a sé alza lo sguardo verso un orizzonte ben più ampio: «questo disco è importante perché parla di cose talmente grandi per chiunque». Un album ricco di collaborazioni, tra cui Biazzetti segnala quella con la cantante neozelandese Aldous Harding: una dinamica “bella-bestia” in cui «la sua voce angelica e dolce, ben si sposa con questo continuo abbaiare, in senso buono».

Il giornalista ricorda di aver chiesto a Jason cosa potrebbe succedere il giorno in cui non ce la facesse più, ricevendo come risposta che «questa roba mi tiene vivo, il momento in cui perdo questa rabbia qui sono fregato, sono fritto». Di propellente sembra averne ancora parecchio. Probabilmente la rabbia delle East Midlands, con l’additivo del tipico, caustico distacco british, è un valido ingrediente per mantenere una certa longevità artistica.

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