Arte sorvegliata. Dal teatro alla musica (Zecchini) è il libro di Fabrizia Spada che affronta il tema della censura nella musica, tra teatro e opera. Un testo che parte dalle origini della parola “censura”, sui metodi di controllo della comunicazione attraverso la storia, per soffermarsi sui teatri del Sette e Ottocento. Un percorso che invita a riflettere sulle pratiche di controllo delle opere e sull’autocensura, anche nelle forme più contemporanee.
«Il potere ha sempre comunque avuto paura dell’arte». Così l’autrice, ospite di Lucia Bentoglio a Voi che sapete. Secondo Spada «L’arte dice le cose pericolose attraverso il bello», e per trasmetterle usa un vecchio trucco che funziona sempre: le inserisce nelle opere in modo che il censore quando legge i testi non le noti, «ma nel frattempo il pubblico ha già capito tutto».
Non mancano le degenerazioni più moderne di queste dinamiche, che si ritrovano nell’estrema cautela usata per non urtare le sensibilità e nell’esasperazione del politicamente corretto. Per esempio, un Otello che non usa più la blackface. Un’esagerazione, è l’opinione di Spada, «perché va tutto contestualizzato nel tempo in cui si svolge la vicenda e in cui l’opera è stata creata».
Sul controllo che diventa autocontrollo interviene Nicola Cattò. Il tema si è spostato sempre più sul versante performativo, sottolinea il direttore della rivista Musica, con confini difficili da stabilire, perché succede che registi o sovrintendenti evitino di mettere in scena un titolo. Bloccando così a monte ogni possibile contestazione.
Cattò rileva come la censura oggi non si indirizzi più verso repertori e composizioni ma, piuttosto, scelga metodi più sottili. Un cambiamento che vede evidente nella musica classica, che gode del sostegno pubblico e dunque è potenzialmente soggetta a ricatti economici: in soldoni, taglio dei fondi per chi non si allinea.
“Sforbiciare” un titolo è la difesa che un certo potere attua quando si sente minacciato dai contenuti. «Censura vuol dire vietare la messa in discussione dei valori che si impongono come sicuri e come saldi», osserva Cattò. Un conflitto destinato a proseguire. «Ogni società che voglia dirsi viva produce inevitabilmente pensieri che qualcuno da qualche parte troverà intollerabili», commenta Fabrizia Spada. L’arte sarà sempre sotto la lente dei potenti, a cambiare sarà solo la veste assunta di volta in volta dalla sorveglianza. Ma l’arte continuerà a resistere.

