Società

Mese del Pride: l’inclusione vale solo finché fa fatturare?

Da rivolta politica a vetrina per multinazionali. Fino alla grande retromarcia dell’era anti-DEI di Trump, che ci svela la vera faccia del capitalismo: è la fine dell’illusione?

  • 2 ore fa
imago91781976.jpg
  • Imago
Di: Elena Panciera 

Per anni, i profili social delle aziende si sono riempiti di bandiere arcobaleno per celebrare il mese del Pride. Ma da qualche tempo la situazione è cambiata, e i feed sono molto meno colorati.

È la seconda era di Trump, che sta smantellando i diritti LGBTQIA+. «Alcune aziende stanno reagendo a un ambiente legislativo e normativo più ostile. A seguito di direttive esecutive che mirano a frenare la spesa per la DEI (Diversità, Equità e Inclusione) negli appalti federali, le imprese che gestiscono importanti commesse governative stanno rivalutando quanto debba essere visibile il proprio sostegno alla comunità LGBTQ+», spiega Margo Waldrop (traduzione mia).

Molte grandi aziende stanno riducendo la visibilità delle campagne Pride, anche quelle tradizionalmente più progressiste. Spesso per paura di ripercussioni, non per maggiore consapevolezza.

Possiamo quindi parlare di fine dell’era “rainbow”? Forse sarebbe meglio parlare di fine dell’era del “rainbow washing” e del “rainbow capitalism”. Fare “rainbow washing” (letteralmente, “lavaggio arcobaleno”) significa usare simboli LGBTQIA+ (loghi arcobaleno, collezioni Pride, storytelling “inclusivo”) per segnalare un superficiale sostegno alla comunità senza cambiare però le politiche interne o le pratiche di sfruttamento lungo la filiera, e senza fare donazioni ad associazioni LGBTQIA+. Si parla sempre più spesso anche di “rainbow capitalism” (“capitalismo arcobaleno”), cioè trasformare le identità LGBTQIA+ in nicchie di consumo e risorse reputazionali, dove la logica del profitto prevale su quella della solidarietà o della giustizia sociale.

In altre parole, vendere una borsa con la scritta “Love is Love” o un gadget arcobaleno prodotti sfruttando manodopera femminile e minorile, in nazioni in cui essere queer è un reato punibile con il carcere, non è supporto: è colonialismo estrattivista. Non esiste giustizia per la comunità LGBTQIA+ senza giustizia per la classe lavoratrice globale. È fondamentale portare l’attenzione sui flussi di denaro. Le lobby e i vertici aziendali hanno spesso giocato su due tavoli: mentre finanziavano i carri al Pride, firmavano assegni per chi, nei parlamenti, propone leggi contro le persone trans o cerca di limitare l’accesso all’aborto. L’inclusione di facciata è servita a coprire le responsabilità politiche.

Aaron Hicklin, ex redattore capo di Out, una famosa rivista LGBTQIA+ statunitense, è ottimista. Vede questo momento come un’opportunità per ricordare alla comunità a cosa serve il Pride, e un ritorno a come era il Pride negli anni Novanta. «Erano manifestazioni caotiche, urgenti e nostre. Per quanto sia bello ricevere attenzioni, ci si sentiva decisamente meglio quando il Pride era esplicitamente più politico e persino radicale, e quando l’obiettivo principale era proteggersi a vicenda, non sfoggiare le partnership con le multinazionali. Ora c’è l’opportunità di riappropriarsi di quello spirito», scrive sul New York Times (traduzione mia).

41:02
immagine

Il Pride non è una carnevalata

Millevoci 15.06.2023, 11:05

  • iStock

Una necessità di riappropriazione che si respira anche in Italia, dove negli ultimi anni abbiamo assistito alla rapida rimozione di programmi di inclusione all’interno di grandi aziende e multinazionali. La diversità aziendale si è rivelata per quello che era: non un valore etico non negoziabile, ma una mossa di pubbliche relazioni. Questa tendenza si è concretizzata anche in un arretramento del sostegno ai Pride. L’emblema di questo fenomeno è il Milano Pride, spesso criticato per la forte presenza di brand e aziende, che già nel 2025 ha ricevuto meno fondi aziendali.

Il “capitalismo arcobaleno” non risparmia la Svizzera, sede di multinazionali e grandi istituti bancari. Le grandi parate, come quella di Zurigo o Ginevra, vedono tradizionalmente una presenza massiccia di aziende e banche come sponsor, ma la facciata progressista sta cedendo. Anche qui i budget dedicati alla Diversità, Equità e Inclusione sono stati ridotti. Le stesse realtà che supportano i carri arcobaleno a giugno, nel resto dell’anno continuano a gestire enormi flussi di capitale diretti verso industrie fossili, aziende neocolonialiste e nazioni che violano sistematicamente i diritti umani.

Parte della comunità organizza da tempo manifestazioni alternative. Nate in risposta ai Pride ufficiali, portano in piazza istanze radicali, queer, transfemministe e anticapitaliste, a volte antiabiliste. Tra queste, la Marciona a Milano, il Priot a Roma, il Rivolta Pride a Bologna o il Free-k Pride a Torino. Anche il Trans* Pride Milano è nato dal basso come risposta al clima politico attuale, così come la Dyke March di Roma. “Dyke” è una parola inglese usata storicamente come insulto nei confronti di donne e ragazze percepite come mascoline o androgine, spesso lesbiche.

In attesa di vedere come si evolverà il Pride, è utile ricordarne le origini: una rivolta contro la brutalità della polizia, guidata da donne lesbiche e trans, razzializzate, sex worker, allo Stonewall Inn di New York, nel 1969. Una lotta per la sopravvivenza, prima ancora che per i diritti, profondamente scomoda, radicale, antirazzista e anticapitalista.

1:23:50
immagine

Kappa

Kappa 28.05.2026, 17:00

  • Sandy Altermatt

Correlati

Ti potrebbe interessare