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L’argine e il vento: la destra europea

Forte di radici nobili e di una cultura del limite, la destra europea ha a lungo offerto equilibrio e misura. Oggi, tra mutamenti profondi e nuove pressioni, appare più incerta, sballottata da venti contrastanti

  • 2 ore fa
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Di: Mat Cavadini 

C’era una destra che conosceva il valore delle soglie. Non per moralismo – cifra che, fortunatamente, le è sempre stata estraneo – ma per un istinto più profondo, quasi organico: quello del limite come forma di civiltà. Una destra che sapeva di non nascere ieri, e soprattutto di non nascere nel Novecento inquieto delle ideologie estreme, ma molto prima – nelle tradizioni liberali, conservatrici, nazionali che avevano costruito gli Stati europei, nelle élite che avevano coniugato autorità e libertà, ordine e pluralismo. Una genealogia nobile, estranea per radice alle convulsioni del fascismo, che anzi rappresentò per essa, almeno nella sua versione più consapevole, una deviazione, uno strappo, talvolta una tentazione ma mai un destino.

Il gollismo in Francia, certo, ma anche la tradizione cristiano-democratica tedesca o una parte non marginale della destra italiana del dopoguerra, si riconoscevano in questa continuità più lunga: uno sguardo storico che non aveva bisogno di cercare legittimazione negli estremi, perché la possedeva già, sedimentata. Da qui derivava anche una postura precisa: la distanza dall’estrema destra non come posa, ma come naturale istinto di conservazione di sé.

Non si trattava di erigere muri ideologici per compiacere qualcuno, ma di non smarrire una forma. Di non confondersi. Di non scendere sotto una certa soglia, che non era morale in senso astratto, ma culturale, quasi estetica: una questione di stile politico, prima ancora che di programma.

Oggi quella forma sembra allentata, come un abito indossato troppo a lungo senza più badare ai dettagli. Nulla di improvviso: piuttosto una lenta erosione. Le soglie non sono state abbattute, si sono fatte opache. Si è passati dal rifiuto netto al distinguo, dal distinguo alla tolleranza, dalla tolleranza a una curiosa familiarità. Ne sono segni, diversi ma convergenti, figure e fenomeni che ridisegnano il campo: il successo elettorale di Marine Le Pen in Francia, la normalizzazione di un lessico più estremo in Italia – caso Vannacci docet –, fino alla crescita dell’AfD in Germania. Episodi lontani tra loro, ma sintomi di uno stesso spostamento.

E così: in Francia, il ricordo del “cordone sanitario” – quel rifiuto netto, voluto e difeso da Jacques Chirac, di ogni alleanza o compromesso con l’estrema destra, persino a costo di perdere – suona ormai come un’eco lontana (come descrive lo storico Pierre Manenti nel suo studio: Le RPR. Une certaine idée de la droite). In Italia, ciò che un tempo si trattava con cautela è stato progressivamente integrato, fino a diventare parte del paesaggio. In Germania, dove le resistenze restano più vigili, qualche crepa nel tabù comincia a lasciar filtrare interrogativi che un tempo sarebbero sembrati superflui.

Non c’è scandalo. La politica segue i suoi cicli, e le destre, come tutte le forze, si adattano. Ma il punto, forse, è un altro. In questo adattarsi, probabilmente, si sta perdendo qualcosa: la consapevolezza che non tutto ciò che si può dire conviene dirlo, che non tutto ciò che porta consenso rafforza davvero. Un tempo la destra sapeva anche rinunciare. Oggi sembra voler inglobare.

È un movimento curioso. Ma più ci si allarga, più si rischia di perdere contorni. E per una tradizione politica, i contorni sono tutto. Sono ciò che la distingue, che la rende riconoscibile, che le permette di durare oltre le contingenze. Senza di essi, resta una forza che reagisce più che agire, che insegue più che orientare.

Si dirà che è nostalgia. Ma non di un passato immobile o idealizzato. Piuttosto di un equilibrio: quello tra apertura e limite, tra rappresentanza e selezione, tra forza e misura. Un equilibrio che affondava le sue radici in una storia più ampia e più antica delle febbri del Novecento.

L’argine, in fondo, non serviva a negare il vento. Serviva a riconoscersi. Ora che quell’argine si abbassa, il vento entra più liberamente. E può darsi che porti consenso. Ma porta anche una domanda, silenziosa e ostinata: che cosa resta, alla fine, di una destra che non sa più dove finisce?

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