Sono appena tornata da un viaggio in Giappone, e credo di aver scritto più appunti sulla cortesia orientale che sui luoghi visitati. Il viaggio si è trasformato in un’osservazione continua dei comportamenti quotidiani: gli inchini nei negozi, i ripetuti grazie, i saluti nelle stazioni, nei ristoranti e negli hotel.
All’inizio, inevitabilmente, noi occidentali lo traduciamo subito con una parola: tutto questo è gentilezza. Solo che, dopo qualche giorno, ho iniziato a sentire una specie di disagio difficile da spiegare. Perché dietro quella cortesia così accurata si percepiscono anche tensione, cautela, attenzione continua a non disturbare l’altro. Perfino quando nessuno sta davvero interagendo con loro, i lavoratori e le lavoratrici continuano a salutare e ringraziare.
Ho iniziato a farmi delle domande rispetto alle definizioni di cortesia e gentilezza, perché mi sono resa conto che forse stavo leggendo quei gesti attraverso categorie occidentali. Noi chiamiamo “gentilezza” qualcosa che, probabilmente, in Giappone ha una funzione diversa. Là tutto sembra costruito per mantenere l’armonia sociale, ciò che in Giappone viene chiamato wa, cioè equilibrio del gruppo, fluidità delle relazioni e, soprattutto, assenza di attrito. Ma noi occidentali, quando diciamo “gentilezza”, che cosa intendiamo davvero?
In Occidente tendiamo a pensare che la gentilezza debba essere spontanea. Come se dietro ci fosse una presa di coscienza. L’atto gentile, in termini occidentali, presuppone che ci facciamo delle domande su quel gesto. Se un gesto appare troppo rituale o codificato iniziamo subito a sospettarne. Pensiamo: è davvero sincero? È autentico oppure è solo una maschera sociale? Eppure basta andare a vedere la definizione del Vocabolario Treccani per capire quanto questa parola sia complessa.
“Gentilezza”, in origine, aveva a che fare con la nobiltà d’animo, con l’elevatezza morale e dei sentimenti; poi il significato si è spostato verso il garbo, la cortesia, l’amabilità nei rapporti con gli altri. Ma anche leggendo queste definizioni resta una domanda aperta: che cos’è davvero la gentilezza? È il modo in cui facciamo sentire accolto qualcuno? È la capacità di usare con sensibilità le parole? Oppure è il tentativo di non creare disagio agli altri?
Da dove partire per praticare la gentilezza? (1./5)
In altre parole 19.01.2026, 08:18
Contenuto audio
La cortesia giapponese sembra servire non tanto a esprimere sé stessi, quanto a ridurre l’attrito sociale, a rendere più fluida la presenza reciproca nello spazio comune. All’inizio mi sembrava quasi una contraddizione rispetto all’idea di estrema cortesia che avevo del Giappone. Poi ho scoperto che esiste un concetto molto importante, meiwaku, che significa proprio “il disturbo causato agli altri”. Ed è impressionante quanto questa idea attraversi la vita quotidiana: le file ordinate, il modo in cui si occupa lo spazio, il tono della voce nei mezzi pubblici, perfino il modo di stare in silenzio. La cortesia, lì, non è soltanto un tratto caratteriale; è una responsabilità sociale.
In Giappone si dice anche che bisogna “leggere l’aria”, cioè comprendere il contesto, senza bisogno di regole esplicite ovunque. Credo che il nostro eventuale spaesamento occidentale nasca proprio da qui, perché noi leggiamo quei comportamenti come se fossero dichiarazioni emotive individuali, mentre spesso sono soprattutto strumenti per mantenere l’armonia del gruppo.
In Giappone esiste anche la distinzione tra honne e tatemae: il primo indica i sentimenti autentici, che fanno parte della nostra interiorità; il secondo, invece, è la “facciata pubblica”, cioè il comportamento socialmente appropriato che serve a preservare l’equilibrio nelle relazioni. A noi occidentali questa dinamica può sembrare ipocrisia, perché siamo abituati a dare un valore enorme all’espressione del sé. La cortesia, quindi, non coincide necessariamente con la spontaneità emotiva, assomiglia più a una sorta di consapevolezza del contesto. Del resto, dobbiamo essere onesti, lo facciamo anche noi: in ambito professionale, anche nei contesti più rilassati (penso a un pranzo di lavoro) non possiamo essere completamente autentici. Ma in Occidente abbiamo costruito società in cui la libertà individuale viene prima dell’armonia collettiva, e questo ha prodotto enormi conquiste, ma anche una crescente difficoltà a stare nello spazio comune, un’incapacità di gestire l’impatto che abbiamo sugli altri. Non si tratta di decretare quale paradigma sia migliore, ma di capire in che modo far convivere libertà e armonia.
https://rsi.cue.rsi.ch/cultura/La-gentilezza-non-basta--2330589.html







