Il 24 ottobre 1975, l’Islanda si fermò. Il 90% delle donne del Paese decise di scioperare, rinunciando al lavoro retribuito e a quello domestico. Le centraliniste lasciarono i telefoni muti, le tipografe bloccarono i giornali, le attrici chiusero i teatri, le insegnanti gli asili. I voli furono cancellati, i padri portarono i figli in ufficio, i dirigenti di banca si improvvisarono cassieri. A mezzanotte, le donne tornarono al lavoro solo per stampare i giornali. Che parlavano di loro.
«Se non fosse stato per quella giornata, non avrei mai osato candidarmi», disse Vigdís Finnbogadóttir, la prima donna presidente eletta al mondo, nel 1980. Cinque anni dopo lo sciopero, l’Islanda aveva già cambiato pelle. E non ha smesso: da sedici anni guida la classifica del World Economic Forum sulla parità di genere.
Ma il mito nordico non è compiuto. «Abbiamo una grande popolazione di origine straniera, e le donne migranti rivendicano i loro diritti», ha ricordato l’attivista islandese Latino. Il divario salariale esiste ancora, la violenza di genere non è scomparsa. «Non pensiamo di aver raggiunto la completa uguaglianza».
E in Svizzera? Giulia Petralli, segretaria cantonale VPOD (intervistata da Alessandro Bertellotti in Alphaville) lo dice senza giri di parole: «Molte conquiste sono state ottenute, ma restano soltanto sulla carta». Il grande sciopero del 1991 ha lasciato il segno, ma il divario retributivo resta tra il 16 e il 18%. Il lavoro di cura non retribuito è ancora invisibile. E la violenza di genere è in aumento. «C’è una forte ondata di violenza che colpisce il genere femminile. Penso al numero di femminicidi che sta colpendo la Svizzera e tanti altri Paesi europei».
Il paradosso? I femminicidi sono meno frequenti nei Paesi mediterranei rispetto al Nord Europa. «Il maschilismo non significa necessariamente violenza. Magari significa paternalismo nel senso di protezione», osserva Paolo Borioni, docente alla Sapienza ed esperto di società scandinave.
La parità, insomma, non è una linea retta. Anche nei Paesi più avanzati si registrano passi indietro: tagli al welfare, dibattiti surreali come quello in Danimarca, dove alcuni economisti sostengono che le donne sarebbero un “deficit” per il bilancio pubblico. A queste voci si oppone Emma Holten, ricercatrice e attivista, che rivendica il valore economico e sociale del lavoro di cura.
In Svizzera, intanto, si raccolgono firme per estendere il congedo parentale a 18 settimane per ciascun genitore. Ma come ricorda Borioni (intervistato da Alessandro Bertellotti in Alphaville) «in Scandinavia solo con quote obbligatorie si è riusciti a garantire una condivisione reale». Perché se il padre guadagna di più, sarà sempre la madre a restare a casa.
Lo sciopero del 1975 non è solo un ricordo. È una domanda aperta, una provocazione che attraversa il tempo: cosa succede se le donne si fermano? La risposta è ancora lì, sotto gli occhi di tutti. «È un modo per dire alla politica e all’opinione pubblica: noi ci siamo, contiamo, e se ci fermiamo, tutto si ferma», ha detto Petralli.
Cinquant’anni dopo, il mondo ha bisogno di un altro giorno come quello. Non per celebrare, ma per ricordare che la parità non è un punto d’arrivo. È un movimento. E come ogni movimento, ha bisogno di corpi, di voci, di scioperi. Di donne che si fermano, per poi ripartire.


