Storia locale

Barbara Fontana, la strega del Mendrisiotto

Un processo del 1615, tra paura collettiva e resistenza silenziosa

  • 2 ore fa
Barbara Fontana, la strega. Gerry Mottis, 2025. Dettaglio di copertina.

Barbara Fontana, la strega. Gerry Mottis, 2025. Dettaglio di copertina.

  • Fontana Edizioni
Di: Gerry Mottis 

Tra scaffali silenziosi e carte antiche l’Archivio di Stato di Bellinzona custodisce una vicenda che attraversa quattro secoli senza perdere la sua forza: quella di Barbara Fontana, contadina di Castello, nei pressi di Mendrisio, arrestata nel dicembre del 1615 con l’accusa di stregoneria.

Nel fondo archivistico appartenuto alla influente famiglia Torriani, nell’ampio fascicolo – il N. 15 sui 16 conservati – di ben 58 pagine manoscritte, vergato con mano minuta, sono registrate le denunce, le testimonianze, le accuse, assieme agli interrogatori sotto tortura dell’imputata.

Sfogliando i documenti del processo si avverte l’eco di una comunità inquieta e spaventata, pronta a cercare spiegazioni soprannaturali per ogni disgrazia. In quell’intrico di voci e sospetti, il nome di Barbara emerge come un capro espiatorio di un’epoca in cui l’ignoranza e la superstizione avevano spesso la meglio sulla ragione e la verità.

Veduta del villaggio di Castello, nei pressi di Mendrisio.

Veduta del villaggio di Castello, nei pressi di Mendrisio.

  • castelsanpietro.ch

Il villaggio di Castello, oggi quieto e raccolto, nel Seicento era un microcosmo di relazioni strette, rivalità familiari e tradizioni radicate. Qui viveva appunto Barbara Fontana, figlia di Francesco, moglie di Lazzaro de Bellotto, donna dalla reputazione ambigua secondo le deposizioni dei compaesani, confermate dalla testimonianza di un contadino della Vallemaggia, che ammetterà di aver visitato la donna in casa sua di giorno e… di notte. Le dichiarazioni esterne, oltre a confermare le sue frequentazioni sconvenienti, aggiungono atteggiamenti ambigui e sguardi sospetti, parole pronunciate e interpretate come presagi diabolici.

Nulla di straordinario per un’epoca segnata da carestie, malattie ed eventi naturali incomprensibili, ma sufficiente a trasformare una figura marginale in un bersaglio collettivo.

Nel sistema giudiziario dei baliaggi italiani (“ticinesi”), governati dai landfogti confederati, bastavano poche voci concordanti perché un sospetto diventasse un’accusa formale e si potesse dar avvio all’indagine, la raccolta delle deposizioni e l’avvio del vero e proprio processo contro l’imputata.

Pagina manoscritta del verbale del processo a Barbara Fontana.

Pagina manoscritta del verbale del processo a Barbara Fontana.

  • Archivio di Stato del Canton Ticino, Bellinzona

Il processo prende avvio il 28 dicembre 1615. Un allevatore facoltoso di Lugano denuncia Barbara per aver “cerbigato” – fatto imbizzarrire – un bue poi precipitato in un burrone. L’episodio, riferito per sentito dire, viene tuttavia accolto dal Pretore (il balivo di Berna Von Diesbach) come prova sufficiente per iniziare l’indagine.

Nei giorni successivi le accuse contro Barbara si moltiplicano: aborti attribuiti a tocchi sospetti, bestiame ammalato dopo un litigio, giovani colpiti da cecità improvvisa e altri eventi drammatici o insoliti, attribuiti a sortilegi e malefici.

Il meccanismo è sempre lo stesso: un evento inspiegabile cerca un volto a cui essere attribuito. Il nome di Barbara circola di bocca in bocca, finché la ripetizione diventa verità condivisa, una verità che deve trovare conferma. Le deposizioni, annotate con formule latine e italiano giuridico seicentesco, rivelano più la mentalità collettiva che fatti concreti, il bisogno di trovare un colpevole a tutti i costi.

Barbara Fontana arrestata e interrogata dal Pretore di Mendrisio.

Barbara Fontana arrestata e interrogata dal Pretore di Mendrisio.

  • Dal volume "Barbara Fontana, la strega". Gerry Mottis, 2025.

Dopo una prima fase, verso la fine dell’anno 1615 in cui si ascoltano le testimonianze degli accusatori, Barbara viene arrestata e tradotta nelle carceri, in attesa dell’interrogatorio. Questi inizia il 15 gennaio del 1616. Barbara viene confrontata con i molti capi di accusa, ma nega con fermezza. Conosce le imputazioni, le elenca, le respinge. Sostiene che dietro alle denunce vi siano soltanto rancori personali e maldicenze. Ma la logica inquisitoria non prevede l’innocenza, la negazione è vista come “ostinazione”, e l’ostinazione come segno di complicità col demonio.

Il 16 gennaio 1616 il Pretore ordina la prima sessione di tortura mediante l’eculeo, uno strumento raramente documentato nelle nostre regioni. Le parole annotate dal Landscriba oscillano tra latino e volgare, tra formule burocratiche e grida umane. Sotto tormento, Barbara cede solo in parte, ammettendo visioni diaboliche ma senza mai confessare malefici concreti. È una resistenza fragile eppure straordinaria, che attraversa ulteriori due sedute di tormento, senza piegarsi del tutto.

Barbara Fontana sottoposta alla prima sessione di tortura.

Barbara Fontana sottoposta alla prima sessione di tortura.

  • Dal volume "Barbara Fontana, la strega". Gerry Mottis, 2025.

Colpisce, tra le pieghe del verbale, l’assenza di alcuni elementi tipici dei processi di stregoneria, come il Sabba o il patto esplicito col diavolo, come colpisce pure la presenza di un fratello (Ambrosio Fontana) che tenta di difendere Barbara in extremis dalle gravi accuse, negando di essere stato vittima di malefici. In un’epoca in cui gli imputati venivano spesso lasciati soli davanti alla giustizia (e al boia), questo gesto appare sorprendente e potente: il tentativo disperato di salvare una vittima innocente e di opporsi a un sistema giudiziario iniquo e implacabile.

Medici, barbieri, parroci esorcisti e segnatori popolari compaiono nelle testimonianze, a confermare quanto nel XVII secolo la linea tra medicina, religione e superstizione fosse sottile. Ogni intervento di guarigione diventa prova ambigua. Se funziona, conferma l’esistenza del maleficio; se non funziona, rafforza il sospetto.

 Dettaglio del verbale manoscritto del processo a Barbara Fontana.

Dettaglio del verbale manoscritto del processo a Barbara Fontana.

  • Archivio di Stato del Canton Ticino, Bellinzona

Il corposo fascicolo si interrompe purtroppo senza una sentenza. Non sappiamo quale destino attese Barbara Fontana: assoluzione, condanna, esilio o morte al rogo o decapitazione? Questo silenzio finale rende però la sua storia ancora più potente. Non è solo la vicenda di una donna accusata, ma lo specchio di un sistema giudiziario fondato sulla paura e sul controllo sociale.

La storia di Barbara Fontana resta dunque lì, sospesa nel tempo, tra inchiostro e memoria. Una testimonianza antica in cui la verità si cercava con il tormento e la giustizia si confondeva con la superstizione. Eppure, tra quelle righe, sopravvive ancora oggi la traccia di una dignità ostinata, di una voce che, pur schiacciata, non smette mai del tutto di ripetere: «Nella fantasia loro haveranno detto la verità, ma jo non posso dire quello che non ho fatto…».

Un’eco lontana, ma ancora capace di interrogare il presente.

1:21:11
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Kappa

Kappa 05.11.2025, 17:00

  • Sergio De Laurentiis

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