Curiosità e trend

L’Eat-in: un pasto condiviso e politico

Scopriamo in cosa consiste questa "tavola” organizzata per festeggiare i 30 anni di Slow Food Svizzera

  • 14 marzo, 13:59
  • FOOD
Facebook ASSG 3 eat-in
  • © Facebook ASSG
Di: Emma Berger


Slow Food Svizzera festeggia quest’anno i suoi 30 anni di vita e l’evento che ha dato il via alla campagna di giubileo dei 30 anni è stato un “Eat-in”, ovvero: un “incontro di persone che vivono e amano una cultura alimentare sostenibile e giusta”. È stato organizzato in occasione del mercato di Slow Food a Zurigo, luogo di incontro per consumatori e produttori, che hanno potuto esporre non solo i loro alimenti rispettosi dell’ambiente, delle tradizioni, e dei lavoratori, ma anche raccontare la loro filosofia e storia. Per capire meglio le motivazioni e il significato dell’
Eat-in, abbiamo incontrato
Philippe Kämpf,
gastronomo e
responsabile della comunicazione e del marketing di Slow Food Svizzera, che ci ha anche raccontato i suoi ricordi legati a questo momento di convivialità.

philippe Kämpf

Philippe Kämpf

  • © Emma Berger

Ciao Philippe, mi spieghi in cosa consiste un Eat-in?
Dal nome intuisco una somiglianza con il “sit-in” - protesta pacifica che consiste nel sedersi in strada con l’obbiettivo di fermare il traffico -. Ci sono dei parallelismi?
Sì, certo. L’Eat-in è una grande cena (o pranzo) conviviale ed è anche un gesto politico. Nella pratica, è una cena organizzata in uno spazio pubblico in cui ognuno porta del cibo – fatto in casa o comprato - da condividere con gli altri.
È un gesto politico perché è una protesta contro il fast food - che per definizione è fatto per essere mangiato velocemente - e quello che esso comporta: origini degli ingredienti poco chiare, catena di produzione lunga, impatto sull’ambiente e sulla salute, e via dicendo. Al contrario, un Eat-in vuole omaggiare il cibo buono, pulito e giusto, renderlo accessibile a tutte le persone e omaggiare chi lo produce, chi lo vende e chi lo prepara. È un invito a spegnere i dispositivi elettronici e dimenticarsi delle distrazioni per fermarsi, sedersi a tavola insieme e godersi questo pasto nato dalla condivisione.
Quindi sì, ci sono parallelismi con il sit-in perché anche in questo caso si rivendicano dei valori ben precisi, quelli della sostenibilità, dell’accessibilità e della condivisione. Si è attenti anche agli sprechi: se rimane del cibo, infatti, questo viene riportato a casa; ecco perché l’ideale, per partecipare a un evento come questo, sarebbe di arrivare con le proprie stoviglie da casa!

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Foto del primo Eat-In organizzato a Bra (CN) - Italia - nel 2008 da studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche e attivisti Slow Food

  • © Nicola Robecchi

L’importanza di queste cene è anche mettere in contatto produttori e consumatori, giusto?
Esattamente. Infatti, il cibo che si porta può essere fatto in casa, ma anche comprato in luoghi in cui si possono trovare prodotti tradizionali, locali e sostenibili, come per esempio botteghe, panetterie, macellerie e bancarelle del mercato; oppure, addirittura sono i produttori o venditori stessi che portano il loro cibo all’Eat-in. L’obbiettivo è anche quello di saltare quello che è la grande distribuzione organizzata, vedere chi produce quello che stai mangiando e magari anche porgli delle domande.

Mi sembra di capire che hai partecipato a molte di queste cene. Qual è stato il tuo primo Eat-in?
La prima volta che ho sentito parlare dell’Eat-in è stato nel 2015, quando ho iniziato i miei studi all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Infatti, è tradizione organizzare un Eat-in all’inizio di ogni anno scolastico per accogliere gli studenti del primo anno. Quello che succede è che gli studenti del terzo anno portano le matricole a Bra (il paese che si trova a pochi chilometri dall’Università e sede e città natale di Slow Food), per mostrare loro i mercati contadini e i migliori negozietti alimentari del paese, che saranno utili sia per la cena della sera, sia per la spesa dei successivi tre anni di università. È stata un’occasione per conoscere di persona i produttori e i proprietari dei negozi, instaurando delle genuine relazioni umane.
Dopo aver girato il paese alla ricerca di ingredienti, ci si reca a gruppi di una decina di persone negli appartamenti degli studenti più grandi per cucinare quello che si è comprato, per conoscersi e per ascoltare i consigli e gli aneddoti derivanti dai numerosi viaggi – chiamati stage – organizzati dall’Università.
Le pietanze cucinate dovrebbero rappresentare il più possibile la storia, la cultura e la tradizione della regione di provenienza. Io quel giorno preparai una torta di ricotta e spinaci alla paprika affumicata con una farina semi-integrale. Gli spinaci freschi provenivano dal mercato dei contadini e la ricotta di pecora da una piccola azienda casearia. La paprika invece era un souvenir di un viaggio didattico di uno studente.

Nicola Robecchi 4 Eat-in

Alcuni studenti intenti a servirsi durante il primo Eat-in del 2008

  • © Nicola Robecchi

Dopo aver preparato le pietanze, ci si incontra con gli altri gruppi alla grande tavolata per mangiare tutti insieme. È stata davvero una giornata memorabile, in cui ci è stata data l’opportunità di conoscere alcune piccole realtà gastronomiche ma anche di condividere questo momento con tutti gli altri studenti, per passare tutti insieme un momento di festa e convivialità.
L’Eat-in, in effetti, nasce proprio a Pollenzo, nel 2008, da un gruppo di studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche e attivisti Slow Food che, mossi dalla passione verso il cibo e influenzati dalla connotazione internazionale dell’Università, hanno deciso di organizzare un evento che potesse sottolineare l’importanza della comunità e della condivisione.
Questa atmosfera di convivialità, in effetti, l’ho sentita anche io quando, dopo la chiacchierata con Philippe, sono andata all’Eat-in del mercato di Slow Food di Zurigo. Non avendo avuto il tempo di cucinare ho comprato alcuni prodotti al mercato: pane con lievito madre, formaggio di capra al tartufo e un paté di olive, che ho aggiunto alla tavolata già piena di salumi, formaggi, salse, e altre pietanze fatte in casa. A tavola l’ambiente era familiare e le persone allegre. Mi rendevo conto di non stare soltanto mangiando, ma di essere coinvolta in una scelta politica: optare per un pasto locale e sostenibile e dedicargli tempo di qualità, con piacere e consapevolezza.

Si trovavano al mercato di Zurigo anche i nostri colleghi di Rete Uno per la trasmissione SEIDISERA e ci hanno fornito un interessante intervista a Laura Rod, copresidente di Slow Food Svizzera, che approfondisce la strada fatta dall'associazione in territorio elvetico fino ad oggi:

Seidisera 05.03.2023

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