L’intelligenza artificiale richiede enormi quantità di energia. Per far funzionare i sistemi servono infatti data center pieni di server, capaci di consumare elettricità quanto una città di oltre 200’000 abitanti e milioni di litri d’acqua al giorno per il raffreddamento.
Per rispondere a questa domanda crescente, si fa strada l’idea di ricorrere ai piccoli reattori modulari (SMR) nucleari. La tecnologia è già stata sviluppata o è in fase di implementazione in Paesi come Stati Uniti, Cina, Russia, Argentina e Svizzera. Anche il Politecnico federale di Losanna (EPFL) dispone di un proprio prototipo destinato alla ricerca.
Gli SMR rappresentano una versione in scala ridotta dei reattori nucleari tradizionali. Le loro dimensioni contenute consentono una produzione standardizzata e modulare, con impianti pronti per essere collegati a una rete elettrica o direttamente a un data center. “Hanno dimensioni di pochi metri, tra quattro e cinque per i modelli più piccoli” spiega Frédéric Jeannin, responsabile del programma Energia e materie prime dell’Istituto di relazioni internazionali e strategiche (IRIS). “Si tratta di reattori a bassa potenza, caratterizzati da un design semplificato e standardizzato”.
Produzione limitata, ma grande flessibilità
Le dimensioni ridotte dei mini reattori si riflettono anche sulla loro capacità produttiva. Gli SMR generano meno di 300 megawatt di elettricità e la maggior parte dei progetti attualmente in sviluppo si attesta attorno ai 100 megawatt, spiega Jeannin ai microfoni di RTS. Per confronto “un reattore nucleare convenzionale produce generalmente tra 900 e 1’600 megawatt”.
Secondo l’esperto, questa capacità è comunque sufficiente per alimentare un data center e, soprattutto, per fornire calore ai processi industriali. “Alcuni modelli possono raggiungere temperature vicine ai mille gradi” osserva, rendendone possibile l’impiego ad esempio nell’industria siderurgica.
Per quanto riguarda il combustibile, la maggior parte degli SMR utilizza uranio arricchito a meno del 5%, con un consumo relativamente contenuto. I reattori progettati per produrre elevate quantità di calore richiedono invece un livello di arricchimento maggiore, attorno al 10%, ma comunque inferiore al 20%.
L’impiego di questi reattori, sottolinea tuttavia Jeannin, non riduce la dipendenza dall’approvvigionamento di combustibile nucleare né permette di limitare la produzione di scorie radioattive.
L’intervista a Frédéric Jeannin (Tout un monde, RTS, 06.07.2026, 08:13)
Più sicuri, ma non privi di rischi
Uno dei principali vantaggi degli SMR è il loro profilo di sicurezza, ritenuto migliore rispetto a quello dei reattori nucleari tradizionali. “Non operano nelle stesse condizioni di pressione e temperatura di un impianto convenzionale. Un SMR non può esplodere” afferma Jeannin.
Il ricercatore invita tuttavia alla prudenza. Il rischio di fuoriuscite di materiale radioattivo non può essere escluso, anche se tali incidenti sarebbero generalmente circoscritti, limitati e relativamente facili da prevenire.
Nel complesso, i mini reattori modulari possono quindi essere considerati “relativamente più sicuri” rispetto ai reattori nucleari convenzionali.
Interrogativi su tracciabilità e impieghi
L’esperto richiama inoltre l’attenzione sulle difficoltà legate alla tracciabilità dei materiali e della tecnologia. La maggiore mobilità degli SMR potrebbe infatti favorire utilizzi problematici. “Si possono immaginare prototipi installati su navi portacontainer, piattaforme galleggianti o persino aeromobili, da spostare in funzione delle necessità” osserva Jeannin. “È questo l’aspetto che suscita le maggiori preoccupazioni”.
Il ricercatore invita inoltre a riflettere sulle finalità per cui questi reattori vengono impiegati. “Ciò che conta è l’uso che se ne fa. Gli SMR possono contribuire a decarbonizzare attività che oggi non riusciamo a rendere meno inquinanti con altre soluzioni? Sì. Ma se servono a sostenere attività dannose per l’ambiente, allora il problema rimane”.
Secondo Jeannin, diversi progetti attualmente in fase di sviluppo sono destinati a supportare attività estrattive. Per questo motivo, conclude, gli SMR “non rappresentano una soluzione miracolosa”.









