Approfondimento

Gli sforzi degli atenei svizzeri contro le spie

Le università elvetiche prevedono maggiori controlli sugli accademici stranieri per far fronte alle crescenti minacce di spionaggio

  • 50 minuti fa
Il rettore del Politecnico di Zurigo afferma che le università di tutto il mondo sono obiettivi per servizi segreti e altre agenzie governative

Il rettore del Politecnico di Zurigo afferma che le università di tutto il mondo sono obiettivi per servizi segreti e altre agenzie governative

  • Keystone
Di: Ying Zhang (swissinfo.ch)/sf 

Le università svizzere prevedono di rafforzare le procedure di selezione dei ricercatori e degli studenti, con l’obiettivo di contrastare lo spionaggio tecnologico da parte di Paesi ostili. L’annuncio arriva a poco più di un anno dall’arresto di un accademico iraniano accusato di aver fornito sistemi di navigazione per droni e missili al proprio Paese.

Arrestato in Italia su richiesta degli Stati Uniti, Mohammed Abedini aveva lavorato per anni al Politecnico federale di Losanna (EPFL). In quello che alcuni hanno interpretato come uno scambio di favori, l’ingegnere era stato rimpatriato nella Repubblica islamica pochi giorni dopo la liberazione di un giornalista italiano detenuto in Iran a seguito dell’arresto dello stesso Abedini.

Un rapporto di lavoro di swissuniversities, l’organizzazione mantello delle università svizzere, raccomanda ora una strategia nazionale per impedire il furto o l’utilizzo di conoscenze critiche da parte di avversari militari. I settori sensibili includono l’intelligenza artificiale, l’informatica quantistica e la biotecnologia.

“Le università di tutto il mondo sono nel mirino dei servizi di intelligence e di altre agenzie governative, soprattutto quando le tecnologie di punta rappresentano un elemento chiave della ricerca”, afferma Günther Dissertori, rettore del Politecnico federale di Zurigo (ETH), che ha presieduto il gruppo di lavoro incaricato di elaborare le proposte.

Secondo un rapporto del 2025 del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC), Cina e Russia rappresentano la maggiore minaccia di spionaggio in Europa. In Svizzera, entrambi i Paesi hanno costruito reti di personale sotto copertura che prendono di mira organizzazioni come “scuole universitarie, università e altri istituti di ricerca”, scrive il SIC.

Per contrastare tali minacce, le proposte prevedono l’introduzione di unità dedicate alla sicurezza delle conoscenze in ogni università svizzera. Queste avrebbero il compito di valutare i rischi quando i ricercatori intendono collaborare o scambiare informazioni con partner provenienti da Stati ad alto rischio. Fornirebbero inoltre consulenza su questioni quali la limitazione dell’accesso a dati sensibili o la definizione delle condizioni per la condivisione tecnologica. Ai ricercatori ospiti potrebbe anche essere imposto un accesso limitato a determinati sistemi, laboratori o dati.

Un centro di coordinamento offrirebbe linee guida uniformi e condividerebbe rapidamente informazioni, ad esempio se il SIC rilevasse un aumento degli attacchi informatici contro i laboratori di biotecnologia. I criteri per ammissioni, assunzioni, professori ospiti e collaborazioni internazionali verrebbero unificati, e i dossier delle candidature considerate a rischio elevato sarebbero condivisi tra le università.

L’obiettivo è impedire ai candidati di presentare domande multiple per sfruttare le differenze nelle capacità di verifica dei vari istituti e ottenere così accesso al sistema accademico svizzero. Un candidato respinto da un’università non potrebbe presentare una domanda presso le altre.

L’effetto dei controlli sulle candidature

La pubblicazione della strategia del gruppo di lavoro arriva a un anno dalla revisione delle procedure di controllo di sicurezza da parte del Politecnico federale di Zurigo (ETH), il migliore ateneo d’Europa continentale nelle classifiche internazionali.

Le misure adottate dall’istituto miravano a impedire che tecnologie o conoscenze sensibili, potenzialmente utilizzabili sia per scopi civili sia militari, finissero in Paesi soggetti a sanzioni internazionali o considerati ad alto rischio, tra cui Russia, Iran, Siria e Cina. Le candidature provenienti da queste regioni, o legate a settori come l’intelligenza artificiale, le nanotecnologie, il GPS e le comunicazioni, erano già oggetto di particolare attenzione e potevano essere respinte.

Da allora, l’ETH ha esaminato circa 1’250 candidature attraverso il nuovo meccanismo di controllo, respingendo più di 80 candidati, ha riportato in ottobre la NZZ am Sonntag. Lo scorso anno l’EPFL ha invece rifiutato 48 candidature.

Da approcci frammentati a una coordinazione unificata

Le pratiche di verifica degli studenti stranieri in Svizzera restano frammentate. Molti istituti di formazione e di ricerca non sono stati in grado di fornire dettagli sulle misure di sicurezza adottate, o hanno fornito solo informazioni “vaghe”, secondo quanto riportato dalla NZZ am Sonntag.

L’Università di Berna ha dichiarato a Swissinfo di aver modificato le proprie politiche lo scorso luglio, tenendo conto del rischio di fughe tecnologiche: i nuovi assunti e i ricercatori ospiti provenienti dall’estero sono ora sottoposti a una verifica della conformità con sanzioni, embarghi e norme sul controllo delle esportazioni. Si tratta di un cambiamento rispetto alle politiche precedenti: l’anno scorso l’ateneo aveva infatti dichiarato a un giornale locale di valutare solo le competenze linguistiche e il livello di formazione.

Il gruppo di lavoro di swissuniversities propone di uniformare le politiche in tutto il settore. Suggerisce di ispirarsi al modello olandese, che prevede un ufficio centrale incaricato di collegare università, autorità pubbliche e servizi di sicurezza. Tale ufficio coordinerebbe anche lo scambio sicuro di informazioni e le misure da adottare in risposta a situazioni in evoluzione.

I Paesi Bassi e la Svizzera, due piccoli Stati che figurano tra i primi dieci nell’Indice globale dell’innovazione 2025 dell’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale, affrontano dilemmi simili su come rimanere aperti alla scienza internazionale garantendo allo stesso tempo la sicurezza nazionale.

Nel 2022, i Paesi Bassi hanno istituito un punto di contatto nazionale per la sicurezza delle conoscenze (Loket Kennisveiligheid) per aiutare le istituzioni a gestire minacce come lo spionaggio e l’influenza occulta.

La Svizzera, invece, si affida attualmente a un sistema gestito direttamente dalle università, il che significa che le misure di protezione dipendono dalla sensibilità e dalle capacità delle singole istituzioni.

Un centro nazionale non solo permetterebbe di stabilire criteri comuni e di evitare che le realtà più piccole restino indietro, ma contribuirebbe anche a ridurre sfrozi ridondanti, ha affermato Dissertori in un’intervista pubblicata sul sito dell’ETH. “Questo potrebbe aiutare a bilanciare l’impegno della Svizzera per una scienza aperta, evitando al contempo pericolose fughe di tecnologie avanzate” ha aggiunto.

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Il Quotidiano 16.01.2026, 19:00

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