La guerra in Iran ha messo nel mirino i data center: le forze di Teheran ne hanno presi di mira alcuni negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. Questi centri di elaborazione dati, nell’era digitale, sono diventati bersagli strategici, ravvivando l’interesse per i bunker svizzeri in disuso.
Durante la Guerra fredda, la Confederazione disponeva di circa 8’000 bunker. Le autorità militari hanno sempre mantenuto segreto il numero esatto di fortificazioni scavate nella roccia.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, l’esercito ha progressivamente abbandonato molte di queste strutture. Secondo alcune stime, circa un migliaio è stato venduto a privati, talvolta a prezzi irrisori. I nuovi proprietari li hanno riconvertiti in cantine per formaggi, coltivazioni di funghi, musei o in data center.
Nel Canton Lucerna un rifugio della protezione civile è stato trasformato in una sorta di cassaforte digitale. L’azienda pubblica Energie Wasser Luzern ha investito 30 milioni di franchi per riconvertire questo complesso sotterraneo, costruito nel 1968, progettato per accogliere 1’200 persone e in grado di resistere a un attacco atomico.
Il ritorno dei bunker (Mise au point, RTS, 26.04.2026)
Cresce l’interesse
Il responsabile del centro, Marco Reinhard, constata un interesse crescente dall’inizio della guerra in Medio Oriente.
“Nelle ultime settimane abbiamo notato un numero maggiore di richieste da parte di nuovi clienti rispetto al solito, talvolta anche dall’estero. È probabilmente legato all’attuale situazione internazionale. La sensibilità sul tema della sicurezza fisica dei dati è in aumento” osserva.
“Senza energia non funziona”
Alcuni specialisti relativizzano l’utilità della riconversione dei rifugi sotterranei in strutture per lo stoccaggio sicuro dei dati. “Un data center dipende dalla logistica esterna: senza energia, senza rete, senza sistemi di raffreddamento non funziona. A nostro avviso, l’unico vero vantaggio di un bunker è la possibilità di raffreddare un’infrastruttura senza ricorrere alla climatizzazione”, sottolinea Thomas Jacobsen, portavoce del fornitore di servizi di hosting Infomaniak.
Per l’azienda ginevrina, che punta a diventare un punto di riferimento europeo in materia di sovranità digitale, la sicurezza non si misura solo nello spessore dei muri: “La vera sicurezza per proteggersi da bombe o frane è moltiplicare i siti, gli operatori e i Paesi in cui vengono conservati i dati” afferma Jacobsen.
Casseforti sotto la montagna
La reputazione dei bunker svizzeri continua comunque a fare presa. Sono numerose le aziende interessate a sviluppare vere e proprie casseforti sotto le montagne elvetiche.
Secondo una stima del mediatore specializzato Xavier Brun, circa 40 bunker di proprietà privata potrebbero avere un impiego commerciale significativo, ad esempio per lo stoccaggio di dati digitali o di beni di valore, come opere d’arte o oro.
Rilancio militare dei bunker
L’esercito svizzero ha intanto smesso di mettere in vendita le sue vecchie fortificazioni nel 2023 e sta persino valutando la possibilità di rimetterne alcune in servizio. La nuova minaccia rappresentata dai droni ha riportato i bunker al centro dell’attenzione.
“I soldati sono sottoposti a un’osservazione e a bombardamenti costanti. Per proteggersi, si disperdono oppure si concentrano in opere fortificate”, spiega il brigadiere Hans‑Jakob Reichen, capo sviluppo dell’esercito. È in corso un’analisi per stabilire se sia opportuno riacquistare vecchi rifugi militari o costruirne di nuovi.
Secondo il brigadiere, l’esercito non ha ridotto il proprio parco di bunker con eccessiva fretta. “È sempre più facile giudicare con il senno di poi. Le decisioni prese [dopo la Guerra fredda] erano sensate. […] L’esercito rianalizza costantemente la situazione e fissa nuove priorità. È ciò che stiamo facendo oggi” afferma l’alto ufficiale.











