La potenza militare degli Stati Uniti non si misura unicamente attraverso le sue forze armate. Si fonda anche su un vasto sistema di basi all’estero, la cui reale estensione rimane difficile da definire. Un rapporto del Congresso statunitense parla di 128 basi all’estero, situate in 51 Paesi.
Ma per molti esperti questa cifra è largamente sottostimata. David Vine, ex professore di antropologia alla American University di Washington, segue l’evoluzione di queste installazioni da 25 anni e stima il loro numero tra 750 e 800 siti, distribuiti in tutto il mondo.
“Le loro dimensioni variano: alcune basi sono grandi quanto città, come in Germania, Italia, Giappone e Corea del Sud, mentre altre sono molto più piccole. Inoltre la base aerea di Aviano in Italia, ad esempio, non è un’unica entità, è suddivisa in 7 o 8 siti diversi”, spiega. La più grande base statunitense all’estero è Camp Humphreys a Pyeongtaek, in Corea del Sud, e ospita oltre 40’000 residenti, con scuole, cinema e un campo da golf.
La rete globale delle basi militari statunitensi (Tout un monde, RTS, 29.01.2026)
Numerose infrastrutture militari vengono inoltre costruite in gran segreto, con radar, prigioni militari e postazioni per operazioni speciali. “Ci sono sempre più basi statunitensi nascoste o integrate all’interno delle stesse installazioni militari del Paese ospitante”, precisa Vine.
Questa strategia mira a occultarne la presenza, talvolta persino al Congresso americano o alla popolazione locale. “Una parte di questo dispositivo sfugge così al controllo democratico. È anche uno dei motivi per cui queste basi si trovano spesso in Paesi poco democratici, come quelli attorno al Golfo Persico, in alcune nazioni del Medio Oriente, dell’Africa o dell’Asia”.
Un’espansione nata dalla Guerra fredda
Il dispiegamento militare americano prende slancio dopo la Seconda guerra mondiale. Il 12 marzo 1947, il presidente Harry Truman presenta la sua dottrina davanti al Congresso. “La politica degli Stati Uniti deve mirare a sostenere i popoli liberi che resistono ai tentativi di asservimento”, dichiara in quell’occasione.
A partire dagli anni Cinquanta, Washington costruisce centinaia di basi in tutto il mondo per contrastare l’Unione sovietica. La rete evolve poi in funzione degli eventi e dei costi del mantenimento delle truppe: si espande con le guerre del Vietnam e di Corea, si riduce con il crollo sovietico, si ridispiega in Medio Oriente dopo gli attentati dell’11 settembre o nel nord dell’Europa con la guerra in Ucraina.
“Gli Stati Uniti amano considerarsi i gendarmi del mondo, con le loro basi militari che fungono da commissariati su scala internazionale. Ma queste basi hanno anche un ruolo umanitario, come durante lo tsunami del 2004 nell’Oceano indiano, quando la base navale di Diego Garcia, nell’arcipelago delle Chagos, servì da punto d’appoggio per i soccorritori”, rileva David Silbey, storico militare della Cornell University.
Accordi opachi
La maggior parte delle basi ufficiali nasce da accordi bilaterali, in particolare nel quadro della NATO o di vari trattati di cooperazione militare. Ma una certa opacità circonda la reale natura di questi accordi. Così, alcuni Paesi come Giappone, Kuwait o Corea del Sud pagano per ospitare basi americane. Altri, come Gibuti, vengono invece remunerati per mettere a disposizione un sito militare in una posizione strategica nel Corno d’Africa.
“Accordi commerciali sono collegati alla presenza di basi militari statunitensi all’estero”, osserva David Vine. Spesso l’installazione di queste strutture è accompagnata da vendite di armamenti.
Questa presenza militare è stata a lungo presentata come una protezione gratuita. Una percezione in parte giustificata durante la Guerra fredda, ma spesso sopravvalutata, secondo gli esperti.
Una leva di influenza politica
Le basi funzionano come uno strumento di potere. David Vine riporta le parole di un alto funzionario americano: avere una portaerei al largo delle coste rafforza la posizione durante negoziati commerciali. “Una base militare statunitense sul territorio di un Paese conferisce un potere analogo ai responsabili del Governo americano”, spiega il ricercatore.
Quanto all’obiettivo dichiarato di basi a vocazione difensiva, il bilancio è discutibile: negli ultimi anni, alcuni siti sono stati utilizzati al contrario per lanciare operazioni offensive in Iran o nello Yemen.
“Queste basi possono anche generare profonde contraddizioni all’interno dei Paesi ospitanti”, sottolinea David Silbey. È il caso, ad esempio, del primo mandato di Barack Obama, quando ha ordinato attacchi contro terroristi pakistani a partire da una base americana situata in Pakistan. “La popolazione potrebbe così ritenere che il Governo pakistano abbia autorizzato attacchi con droni stranieri contro i propri cittadini”.
Inoltre, queste basi statunitensi possono diventare esse stesse bersaglio di attacchi o rappresaglie.
L’Europa si interroga
Le tensioni attuali all’interno dell’alleanza atlantica stanno cambiando il quadro. Le minacce di Donald Trump sulla Groenlandia illustrano questa nuova realtà. Sull’isola rimane una base americana, quella di Pituffik, ma grazie al trattato firmato nel 1951 con la Danimarca, gli Stati Uniti dispongono di un ampio margine di manovra per il proprio dispiegamento.
A Bruxelles, secondo il media online Politico, sarebbero in corso discussioni private: alcuni diplomatici europei starebbero evocando la possibilità di riprendere il controllo delle basi americane presenti sul loro territorio. Il presidente dei Verdi britannici, Zack Polanski, ha apertamente chiesto l’espulsione dei soldati statunitensi dal Paese, riferisce The Guardian.
L’argomento resta estremamente sensibile. “Gli Stati Uniti non se ne andrebbero facilmente, ci sarebbero delle ritorsioni”, avverte David Silbey. Esiste però un precedente: nel 1992 le Filippine chiusero la base navale di Subic Bay. Ma Washington e Manila da allora hanno riallacciato i rapporti per contrastare la Cina. Attualmente quella stessa base è in fase di trasformazione per diventare il più grande centro di produzione e logistica di armi al mondo.

Un esercito per l’Europa?
Laser 04.02.2026, 09:00
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