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Trump: “Il tempo stringe”. L’Iran: “Risponderemo come mai prima”

Trump: imponente “armada” in movimento - La replica: “L’Iran è pronto per un dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci, ma se verrà spinto, si difenderà

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Un'immagine delle proteste in atto in Iran con i manifestanti in massa nelle strade delle città del Paese
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Tensione crescente fra Iran e Usa

SEIDISERA 28.01.2026, 18:00

  • Keystone
Di: AFP/M. Ang. - SEIDISERA - Chiara Savi 

L’Iran “risponderà come mai prima d’ora” in caso di aggressione statunitense. Così la missione iraniana all’ONU ha scritto sul social network X mercoledì, dopo che il presidente USA Donald Trump ha affermato che “il tempo stringe” prima di un attacco.

“L’Iran è pronto per un dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci, ma se verrà spinto, si difenderà e risponderà come mai prima d’ora!”, recita il messaggio pubblicato in risposta a un intervento di Trump sul suo social network Truth Social. “Speriamo che l’Iran accetti rapidamente di ‘sedersi al tavolo’ e negoziare un accordo giusto ed equo - NESSUNA ARMA NUCLEARE”, ha scritto il presidente USA, minacciando un attacco “molto peggiore” dei raid statunitensi dello scorso giugno contro i siti nucleari iraniani.

Il post della missione iraniana fa anche riferimento alle guerre in Afghanistan e Iraq che hanno “sprecato più di 7’000 miliardi di dollari e causato la morte di oltre 7’000 americani”.

Le tensioni tra Stati Uniti e Iran sono ai massimi livelli da quando Teheran ha represso nel sangue le grandi manifestazioni che si sono tenute all’inizio dell’anno nel Paese. Washington ha rafforzato la sua presenza nel Golfo, inviando la portaerei Abraham Lincoln e la sua scorta militare, il cui arrivo è stato annunciato lunedì dall’esercito americano. Riferendosi a una “massiccia armada”, Trump ha affermato che si tratta di “una flotta più importante (...) di quella inviata in Venezuela”, in riferimento all’importante dispositivo militare schierato dall’estate nei Caraibi. Come nel caso del Venezuela (dove gli Stati Uniti hanno catturato il presidente Nicolas Maduro all’inizio di gennaio, ndr), è pronta, disposta e in grado di portare a termine rapidamente la sua missione, con rapidità e violenza se necessario”, ha aggiunto.

Le autorità iraniane avevano segnalato l’apertura di un canale di comunicazione con Washington, ma mercoledì il capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi ha affermato che, per negoziare, gli americani dovranno “cessare le minacce e le richieste eccessive”.

Rubio, “Iran più debole che mai, le proteste torneranno in futuro”

“L’Iran è più debole che mai”: lo ha detto il segretario di Stato USA, Marco Rubio, in un’audizione al Senato, affermando che le proteste in Iran possono essersi affievolite, ma torneranno a divampare in futuro. Interrogato sulla stima del dipartimento di Stato su quante persone siano morte durante le proteste in Iran, Rubio ha replicato che si tratta sicuramente di migliaia.

La Cina mette in guardia contro qualsiasi “avventurismo militare” in Iran

Mercoledì il rappresentante cinese all’ONU, Fu Cong, ha messo in guardia il Consiglio di sicurezza contro qualsiasi “avventurismo militare” in Iran, dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha affermato che “il tempo stringe” prima di un attacco. “La Cina spera che gli Stati Uniti e le altre parti interessate (...) adottino ulteriori misure favorevoli alla pace e alla stabilità in Medio Oriente ed evitino di esacerbare le tensioni e gettare benzina sul fuoco”, ha dichiarato. Cong ha anche definito l’Iran uno Stato “indipendente e sovrano” i cui “affari dovrebbero essere decisi in modo indipendente dal popolo iraniano stesso”.

La situazione economica in Iran

Un mese fa iniziavano le proteste in Iran, la cui repressione - secondo alcune fonti - potrebbe aver causato 30’000 morti. Proteste la cui scintilla sono state le difficili condizioni economiche. Il rial, la moneta locale, nel corso degli ultimi 12 mesi ha subito una svalutazione fortissima, c’è chi dice per colpa delle sanzioni reintrodotte da Washington, ma anche per le scelte di politica monetaria iraniane. Su questo punto SEIDISERA della RSI ha intervistato Francesco Salesio Schiavi, analista indipendente sulle questioni mediorientali.

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Iran: economia in ginocchio

SEIDISERA 28.01.2026, 18:00

  • Keystone

“Le due spiegazioni non si escludono, ovvero le sanzioni spiegano la vulnerabilità strutturale, mentre le scelte del regime spiegano come e quando quella vulnerabilità viene gestita o lasciata correre. L’inizio del calo del rial è avvenuto con la fase di massima pressione dell’amministrazione Trump, che ha peggiorato le aspettative, l’accesso alla valuta forte. Ciò ha significato meno dollari in ingresso, più costi di importazioni et cetera. Nella primavera si è aperta una piccola finestra di dialogo fra USA e Iran, e il rial ha avuto una breve fase di stabilizzazione, di recupero. Questo è un punto importante secondo me, nel senso che mostra che il cambio reagisce soprattutto alle aspettative di allineamento o all’inasprimento delle sue sanzioni. In tutto ciò abbiamo avuto la guerra dei dodici giorni e la percezione di una sconfitta strategica, in cui il rial è entrato in una fase di spirale, in una caduta molto più difficile da invertire, da questo punto di vista”.

Ma c’è chi accusa le autorità iraniane di aver volutamente deprezzato la moneta, perché così facendo si incentiva il settore delle esportazioni, un settore che è controllato da chi è vicino al regime...

“Dire: il regime lo lascia svalutare per esportare, contiene un elemento vero. Che però è sopravvalutato. Un rial debole può dare allo Stato alcuni benefici tattici, cioè aumentare le entrate fiscali in valuta locale e per alcuni settori rende più competitiva l’export. Ma questa non è una strategia di crescita, è una strategia fiscale di sopravvivenza, e il costo sociale è enorme e immediato. Quindi salari reali che evaporano, risparmi che vengono bruciati, piccoli commercianti che non riescono più a rifornirsi”.

E c’è chi guarda alla Cina come un possibile Paese salvatore per l’Iran. Cina che, non potendo più contare sul Venezuela, ha aumentato gli acquisti di petrolio iraniano. Pechino è un aiuto importante per Teheran?

“La Cina è sicuramente un salvagente importante ma a mio avviso non è di fatto una soluzione strutturale. Cioè è vero che Pechino è oggi il principale sbocco del greggio iraniano e che questo assicura valuta al regime. Però ci sono anche molti limiti concreti. Il primo è che il principale fornitore resta comunque l’Arabia Saudita, che esporta verso Pechino volumi nettamente superiori e in modo soprattutto stabile, trasparente e senza rischio di sanzioni. Questo significa che la Cina non dipende dall’Iran ma è l’Iran che dipende dalla Cina. E questo è un rapporto asimmetrico in cui Pechino può imporre condizioni, tempistiche e modalità di pagamento. Inoltre, anche più entrate petrolifere non risolvono le cause della crisi. Il petrolio può sostenere lo Stato ma non ricostruisce fiducia, non riattiva il settore privato e non disinnesca la miccia del costo della vita”.

Ci sono ONG che fanno notare come il blackout di Internet, con il regime che lascia ancora per brevissimo tempo internet funzionante, ha un impatto economico molto forte. Si parla di 37 milioni di dollari al giorno. È così?

“L’aspetto decisivo è che la repressione produce un effetto boomerang economico. Lo stesso Ministero della comunicazione iraniano ha parlato di circa 50 trilioni di real al giorno (tra 34 e 36 milioni di dollari al cambio del mercato). Anche diversi ministeri hanno detto che la resilienza media delle imprese internet based è di circa venti giorni. Quindi, superata quella soglia, molte attività non rientrano più sul mercato. Quindi sul lato microeconomico l’impatto è chiarissimo. Le attività basate sui social media sono tantissime. Si parla di oltre 700’000 venditori attivi sui social, con un miliardo di dollari di fatturato annuo. Alcune stime più ampie parlano di circa 10 milioni di persone coinvolte direttamente o indirettamente nella digital economy. Quindi quando tagli internet diciamo che tagli reddito. Le proteste erano partite da bazar, commercianti per il costo della vita, poi il regime spegne internet e così facendo danneggia proprio il tessuto economico che già era esasperato”.

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