Studio

Le origini della sifilide sotto la lente

Ricercatori dell’Università di Losanna sono andati alle radici della malattia in Colombia, mostrando come nelle Americhe ci fossero molti patogeni prima dell’arrivo degli europei

  • 51 minuti fa
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  • RTS
Di: Olivier Dessibourg, Julie Liardet (RTS)/sf 

Una squadra di ricercatori dell’Università di Losanna (Unil) ha analizzato resti di ominidi vissuti su un altopiano della Colombia, offrendo nuovi indizi sull’origine della sifilide. “Abbiamo scoperto tracce di un batterio responsabile di una malattia abbastanza vicina alla sifilide, a partire dalla tibia dello scheletro di un individuo vissuto in Colombia 5’500 anni fa, spiega ai microfoni di RTS Anna-Sapfo Malaspinas, professoressa associata al Dipartimento di biologia computazionale dell’Unil e dell’Istituto svizzero di bioinformatica (SIB).

Gli scienziati hanno analizzato resti di ominidi che avevano vissuto in ripari sotto roccia, su un altopiano della Colombia, lungo un fiume nei pressi di Bogotà, ritrovati durante scavi condotti mezzo secolo fa e i risultati del loro lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Science.

La scoperta dei ricercatori dell’Università di Losanna (19h30, RTS, 22.01.2026)

Un miliardo e mezzo di frammenti di DNA

Questo batterio, a forma di spirale, appartiene alla specie Treponema pallidum, le cui sottospecie sono responsabili di quattro malattie dette “treponemiche”: la sifilide, la framboesia, il bejel e la pinta. Patologie che si manifestano con lesioni cutanee più o meno gravi e, talvolta, anche con infezioni ossee.

Per individuare questo batterio, gli scienziati hanno prima estratto dalle ossa dello scheletro tutto il materiale genetico presente, umano e microbico, per poi sequenziare il miliardo e mezzo di frammenti di DNA all’Università della California a Santa Cruz, negli Stati Uniti.

I frammenti sono stati successivamente analizzati e classificati a Losanna. “Vogliamo identificare il DNA appartenente alle diverse sottospecie”, spiega Davide Bozzi, dottorando all’Unil/SIB. “Per farlo utilizziamo algoritmi di bioinformatica per confrontare questo DNA antico con quello di microbi attuali. Abbiamo trovato un batterio imparentato con i patogeni che oggi causano la sifilide”.

Secondo Malaspinas, i risultati “permettono di concludere che questo batterio circolava tra gli esseri umani, già nelle Americhe, migliaia di anni prima rispetto a quanto ritenuto finora”. Gli scienziati hanno dimostrato che, pur essendo strettamente correlata, questa linea evolutiva si è separata molto presto nell’albero genealogico di questi batteri, circa 13’700 anni fa.

Fine dei luoghi comuni

Questa scoperta permette di comprendere meglio l’evoluzione della sifilide e di smontare alcuni luoghi comuni che la riguardano. Per lungo tempo si è infatti pensato che questo tipo di malattie si fosse sviluppato soprattutto con la sedentarizzazione e quindi con l’aumento della densità delle popolazioni, associato all’avvento dell’agricoltura. Qui però emerge che, poiché il batterio è stato identificato in un individuo riconducibile a una vita da cacciatore-raccoglitore, il microbo circolava già tra gruppi molto mobili, ben prima dell’apparizione dell’agricoltura.

“Il ceppo scoperto è associato a condizioni biosociologiche e ambientali caratterizzate da alti tassi di migrazione e interazione comunitaria, oltre che da contatti frequenti con animali selvatici tra le comunità di raccoglitori dell’America del Sud”, sottolinea Molly Zuckerman, professoressa di antropologia all’Università del Mississippi, che non ha partecipato allo studio.

La sifilide e i conquistadores

Queste ricerche rimettono in discussione anche l’origine di queste malattie. Finora si confrontavano due ipotesi principali: secondo la prima, detta “colombiana”, sarebbero stati i conquistadores, tra il XV e il XVI secolo, a riportare in Europa malattie come la sifilide. Secondo la seconda, l’“ipotesi precolombiana”, la malattia sarebbe invece stata presente nel Vecchio Continente già molto prima dell’epoca delle grandi scoperte, ma la sua virulenza sarebbe emersa solo più tardi, a causa delle mutazioni del batterio. “Il nostro studio indica un’origine americana di questi batteri” sottolinea Malaspinas.

Per Zuckerman, che firma un commento allo studio sulla rivista Science, la realtà è probabilmente più complessa e meno binaria: “Questi risultati permettono di andare oltre idee semplicistiche sull’origine geografica delle malattie”, spiega, aggiungendo che non si può escludere, a questo stadio, che il batterio fosse presente da molto tempo ovunque sulla superficie del globo, quando i continenti non erano ancora separati come oggi.

Vedere le cose in quest’ottica è particolarmente importante per la sifilide, le cui origini conservano un forte peso sociale: “La sifilide è stata a lungo associata a discorsi moralizzatori, alla stigmatizzazione [delle popolazioni coinvolte] e a narrazioni geopolitiche nazionaliste”, osserva Zuckerman.

“Inquadrare le origini di questo batterio attraverso dicotomie geografiche come Vecchio Mondo contro Nuovo Mondo oscura le realtà ecologiche che i dati antropologici, genomici, epidemiologici ed ecologici mettono sempre più in evidenza per i patogeni passati e presenti. Lungi dall’essere statici o specifici di una popolazione umana o di un ambiente, essi sono legati a ospiti e serbatoi umani e animali mobili, plasmati dalle esperienze umane e dalle condizioni biosociologiche e ambientali, adattabili e globalizzati” prosegue la scienziata.

Lottare meglio contro la sifilide

Secondo Zuckerman, “conoscere molto meglio l’evoluzione di questa malattia permetterà di ridurre la stigmatizzazione che le è associata, e dunque di parlarne più liberamente ed efficacemente. Un passo importante per prevenire meglio la sua trasmissione, se non addirittura per contenerla”.

Negli ultimi anni, infatti, le statistiche mostrano una massiccia recrudescenza dei casi in tutto il mondo. Inoltre, “fornendo così tanti dettagli storici, archeologici e genetici, questi lavori ci offrono preziosi strumenti per studiare i patogeni antichi, ma soprattutto anche per la ricerca sulle potenziali malattie emergenti”, e aiutare così le società a prepararsi meglio.

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