Dossier

Diario premondiale do Brasil/6

Alla scoperta delle scuole di Juiz de Fora in compagnia della ticinese Prisca Augustoni

  • 24.05.2014, 14:36
  • 4 maggio, 13:22
Il collegio Santa Caterina accoglie la TV Svizzera

Il collegio Santa Caterina accoglie la TV Svizzera

  • RSI

“Quando arrivate lassù, vedrete, è tutto nel verde e si vede la città dall’alto”. Lassù, è il campus universitario di Juiz de Fora che si sdraia ad anello nei parchi alti di una collina. E in un colpo d’occhio abbracci tutta la vasta intruppata di palazzi bianchi e irregolari che si condensa nel fondo del centro-città.

"Juiz de Fora è una città universitaria che non è stata toccata dai Mondiali, non ospita né partite né fa da sede per qualche nazionale, pur restando in mezzo al triangolo dei centri importanti come Rio de Janeiro, Belo Horizonte e San Paolo”. A guidarci in questi saliscendi urbani, è Prisca Augustoni. Scrittrice ticinese, da 12 anni in Brasile, vive e insegna qui. “Tra gli argomenti forti delle proteste anti-coppa del mondo c’è anche il tema dell’educazione” ci racconta “ma qui le proteste e gli scioperi, soprattutto sul versante delle scuole pubbliche, ci sono ogni anno”.

Non in ambito universitario, però, dove Prisca tiene i suoi corsi. Lì, studenti raddoppiati, ma anche cattedre e infrastrutture, con un potenziamento dei corsi serali per permettere a chi lavora di accedere all’istruzione superiore. Sono i frutti pubblici dei piani varati da un-ex presidente come Lula che è stato analfabeta fino ai 10 anni e che quindi ha conosciuto la vergogna e il sudore di dover rattoppare un buco così profondo nella propria infanzia. Un buco che, però, per molti, è ancora carne viva.

“Funziona così: per accedere alla buona università pubblica, bisogna passare per la strettoia di un esame molto selettivo. A farcela, sono gli alunni che hanno beneficiato di un’istruzione precedente migliore. Che, a parte una quota protetta, è quasi sempre è privata”. Del resto, la forbice che separa scuola privata e scuola pubblica ti taglia gli occhi fin da quando scivoli - nel corso di una stessa mattinata - dal Colégio Santa Catarina alla scuola comunale Alvaro Braga de Araújo.

Il primo è un elegante palazzo coloniale, a piastrelle decorate, in cui trovi aule luminose con la lavagna elettronica, sale multimediali e schiere di studenti in uniforme, quasi tutti con la pelle bianca. Il secondo, in un quartiere non distante, è una costruzione che si arrocca sulla curva di una strada screpolata, cinque aule un po’ buie di cui solo due piene per via dello sciopero e tutti bambini neri d’origine afrobrasiliana.

Scuola comunale e collegio privato

Così se, al Colégio, Joao Roberto a 16 anni ti parla già in un inglese fluente, si è fatto una visione del mondo (“Il Brasile è un paese meraviglioso, ma è la mentalità generale che è stupida”) e immagina il suo futuro nello studio delle relazioni internazionali, nell’altra scuola Artur, 9 anni, con la sua pettinatura simil-Neymar (“l’ho fatta apposta”) è timido e gentile, biascica poche parole e fa parte di una classe dove in quarta elementare c’è una grossa fetta di compagni analfabeti.

E lì sì, la scuola rimane un posto di frontiera dove si combatte ogni giorno per tenere ancorata all’educazione un’intera gioventù, proveniente da famiglie povere e tartassata da problemi di droga e violenza. Ma è una frontiera dalle strutture sempre più fragili e precarie. “Sono 25 anni che lavoro qui a salari stracciati” ti dice la bibliotecaria dell’istituto pubblico” e questo è il 18esimo anno che stiamo scioperando”. Poi ti saluta di fretta, perché, ti dice, deve andare al suo altro lavoro. Caso tutt’altro che raro qui, perché in Brasile non sono solo gli studenti-lavoratori a fare la doppia giornata di sforzi.

È l’ennesimo paradosso brasiliano: anche gli insegnanti delle scuole pubbliche, per vivere con dignità, devono avere una seconda occupazione.

Lorenzo Buccella

La cartina

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