Economia e Finanza

Il dollaro ammaccato sarà un problema per l’economia svizzera

La corsa del franco, sempre più bene rifugio rispetto all’oro a rischio di “bolla”, mette in difficoltà le esportazioni elvetiche - I margini di intervento della BNS sono però limitati

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Bastano pochi franchi per avere molti dollari, ma Washington non è Ponte Tresa
03:46

RG delle 12.30 del 28.01.26, il servizio di Marzio Minoli

RSI Info 28.01.2026, 17:38

  • Keystone
Di: Radiogiornale/SRF/Spi 

Nuove nubi nere si stanno addensando sulle esportazioni svizzere. Stavolta è la forza del franco a preoccupare gli imprenditori elvetici, dopo che la moneta nazionale ha raggiunto livelli senza precedenti: 1 euro è sceso sotto i 92 centesimi di franco e le merci svizzere sono diventate ancora più care per gli acquirenti europei.

Ma il problema arriva da oltreoceano dove la valuta americana è precipitata a un livello così basso come non si vedeva dal 2011: mercoledì mattina 1 dollaro valeva poco meno di 0,77 franchi. Il biglietto verde, con il benestare del presidente Donald Trump, da una decina di giorni è stabilmente sotto la soglia degli 80 centesimi di franco. “Il dollaro sta andando alla grande”, ha detto martedì ai giornalisti il presidente USA, durante una visita nell’Iowa, negando l’indebolimento della valuta e innescando con le sue parole una nuova svendita di dollari sui mercati. Secondo Trump, un dollaro debole è positivo perché rende le importazioni negli Stati Uniti più costose e ciò, secondo il presidente, stimolerà la produzione interna. Vista dalla prospettiva elvetica è invece una nuova zavorra, dopo gli sforzi enormi per tramutare la stangata dei dazi USA nella “stangatina” del 15%.

“Il dollaro ha perso il suo status di bene rifugio e gli investitori acquistano franchi, considerandolo addirittura il più affidabile dei beni rifugio. Questo grazie alla stabilità economica e politica che viene riconosciuta alla Svizzera”, ha detto al Radiogiornale il giornalista economico della RSI Marzio Minoli. “Questi elementi rendono il franco diverso dall’oro. Si presume infatti che in caso di una normalizzazione della situazione internazionale il franco rimarrebbe tutto sommato stabile, mentre l’oro rischia una correzione piuttosto importante”.

Oro: da “rifugio” a “bene speculativo”

Sì, perché l’apprezzamento del franco si accompagna in questo inizio di 2026 con un’eccezionale crescita del metallo giallo che, sempre questo mercoledì, ha raggiunto quota 5’290 dollari l’oncia. Nell’ultimo mese il valore di 1 kg d’oro è cresciuto del 18,5%, passando dai 110’500 franchi del 1° gennaio ai 131’000 franchi odierni. Da “bene rifugio” è diventato un “bene speculativo”. Con tutti i rischi di bolla connessi.

Una plusvalenza sull’oro pari a 36,3 miliardi di franchi ha peraltro permesso alla Banca nazionale svizzera di chiudere il 2025 con un utile di circa 26 miliardi di franchi (recuperando così la perdita di circa 9 miliardi sulle posizioni in valuta estera). La BNS ha una riserva aurea di 1’040 tonnellate, anche se il picco di 2’590 tonnellate fu raggiunto a inizio 2000. Negli anni successivi all’introduzione dell’euro, tra il 2000 e il 2005, la quota fu ridotta di 1’300 tonnellate e, nel 2008, di ulteriori 250 tonnellate. Il quantitativo d’oro detenuto un quarto di secolo fa dalla BNS varrebbe oggi 339 miliardi di franchi.

Indebolire il franco, la BNS ha due opzioni

Indebolire il franco sembra essere ora la priorità della Banca nazionale svizzera. Ma non è facile. “In passato - ha spiegato Minoli - la BNS ci aveva già provato, ma si era resa conto che andare contro il mercato è inutile e costoso. Inoltre, recentemente, la forza del franco ha aiutato a limitare l’inflazione grazie al fatto che fa costare meno i prodotti importati. Il mandato della BNS è infatti la stabilità dei prezzi”.

Scomparsa l’inflazione, ora l’urgenza - in chiave di esportazioni - per la Banca centrale elvetica diventa il franco forte: “Fondamentalmente la BNS ha due possibilità - secondo Minoli -. La prima è vendere franchi, indebolendo la valuta perlomeno sul breve termine. Ma attenzione Trump potrebbe tornare a dire che la Svizzera manipola il cambio e punirla. Inoltre, lo scorso settembre la Confederazione e gli Stati Uniti hanno firmato un accordo con il quale si impegnano a non intervenire sui cambi a scopi concorrenziali”.

La seconda strada, “per rendere i franchi meno interessanti è abbassare i tassi che sono già a zero. Lo scenario quindi potrebbe essere tornare ai tassi negativi”. Il presidente della BNS, Martin Schlegel, ha di recente escluso questa possibilità e la prossima decisione sui tassi è programmata solo tra due mesi, il 19 marzo. “E con i tempi che corrono questa è un’eternità”, ha fatto notare Minoli.

Anche Trump gioca con il fuoco

L’indebolimento del biglietto verde non è tuttavia un’operazione soltanto vantaggiosa per gli Stati Uniti, ma ha un costo. Se è vero, sebbene tutto da dimostrare, che la tendenza in atto stimolerà la produzione interna, un dollaro debole significa anche che il governo statunitense deve pagare tassi di interesse più elevati sul suo debito. Questo perché molti acquirenti di titoli del Tesoro USA sono stranieri che chiedono interessi più elevati, per compensare il rischio di incassare un domani dollari che valgono meno nella loro valuta nazionale.

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