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“La Groenlandia non si vende”

Viaggio tra la comunità Inuit in Danimarca, dove restano tensioni e paure per le mire espansionistiche di Donald Trump

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La Groenlandia non si vende

Falò 27.01.2026, 21:15

  • rsi
Di: Emiliano Bos e Massimo Piccoli 

“La Groenlandia non è in vendita. Non è qualcosa che si possa comprare: siamo nel 2026, questo non è possibile”. Ivalo Lyberth indossa con orgoglio il suo abito tradizionale Inuit e scandisce lenta le parole: lei, nata e cresciuta nel villaggio groenlandese di Sisimiut, ora guida le proteste contro Trump dalla città di Aalborg, nel nord della Danimarca. “Lo scialle era di mia nonna, ma più piccolo di questo perché si cuciva con il materiale disponibile in quel momento” dice alla RSI accarezzando con delicatezza l’intreccio di perle colorate che le copre le spalle e adorna il suo abito di pelle di foca completato da gambali con bordi di pelliccia all’altezza della coscia.

Siamo all’interno della “Gronlandske Hus”, la “casa della Groenlandia” di Aalborg, un centro sociale e culturale per gli Inuit di questa cittadina. A dirigerla è Jeppe Bülow Sorensen, danese con barba bionda e occhi cerulei cresciuto in Groenlandia.

“I groenlandesi non sono stupidi: sanno benissimo cosa hanno fatto gli americani ai nativi e agli Inuit”, dice a proposito della reazione allarmata dei nativi dell’isola, che riecheggia tra chi frequenta questa struttura. Una grande sala ospita una biblioteca, spazi comuni e c’è persino un freezer colmo di prelibatezze congelate arrivate via cargo dalla Grande Isola: carne di renna, agnello groenlandese e poi salmone artico e halibut.

In Danimarca vivono circa 17-18.000 groenlandesi, che si aggiungono ai 55.000 residenti sull’isola più grande del mondo, sottoposta per oltre duecento anni alla colonizzazione danese e oggi territorio semi-autonomo della Danimarca.

“Ho trascorso lì gli anni più belli della mia vita”, sospira Lisa Bungaard Jensen, mamma Inuit e papà danese, mentre apre per Falò l’album delle foto di famiglia e parla della sua identità sospesa tra il continente e la sua propaggine di ghiaccio. “Questo è mio cugino, un cacciatore di foche” spiega puntando il dito sulla foto che ritrae una banchina ghiacciata appoggiata su uno strato di acque cobalto dai riflessi cristallini.

Davanti alle distese di ghiaccio, sono le sue parole, “quando superi l’ultima montagna, dimentichi gli esseri umani e ti senti solo nella natura”. I danesi, dice a Falò, della Groenlandia conoscono solo l’immensità dei suoi panorami e i suoi problemi sociali”. Alcoolismo, violenza e non solo piagano una società di nativi che spesso in parte pagano le conseguenze di quella colonizzazione. “L’unica cosa buona che abbia fatto Trump è stato proprio di riaprire il dialogo tra gli inuit e i danesi” aggiunge Lisa quando la incontriamo nel suo accogliente appartamento di Nykobing, sull’isola di Mors nel nord-ovest della Danimarca.

“In tanti anni non c’è mai stata un’attenzione così alta verso la Groenlandia” osserva Robert Christian Thomsen, ricercatore di studi artici e docente all’Università di Aalborg. Trump ha riacceso i riflettori sulla Groenlandia ottenendo involontariamente l’effetto di obbligare i danesi – anche quelli più recalcitranti – “a fare i conti col proprio passato coloniale e a capire che potremmo perdere quella meravigliosa terra con il suo meraviglioso popolo”. Per questo, secondo Thomsen, c’è stato un sostegno così ampio alle proteste in Danimarca contro le mire espansionistiche di Trump.

Forse, dice ancora Thomsen alla RSI, non c’è di mezzo solo la sicurezza, come invece afferma Trump. Anche perché in base a un accordo del 1951 poi rinnovato nel 2004 gli USA possono costruire basi militari sulla grande isola e in passato ne avevano una quindicina. Forse, insiste, c’è dell’altro:

“Non se ne parla molto, ma è una questione di grande rilevanza: ovvero l’accesso alle risorse naturali”. In particolare le cosiddette terre rare, di cui la Groenlandia è ricchissima e di cui la Cina ha quasi il monopolio, indispensabili nell’industria elettronica ma anche negli armamenti di precisione. Ecco perché, spiega ancora Thomsen, la Groenlandia fa gola agli USA ma anche ad altri: “Questo è il motivo per cui l’Unione Europea, la Francia e altri importanti paesi europei sono interessati alla Groenlandia, non certo per gli occhi blu dei danesi o quelli marroni dei groenlandesi”.

La solidarietà politica, quella si certo, ma anche la presenza militare con l’invio di soldati in Groenlandia: “In questo momento ci offrono un grande sostegno proprio per questi minerali. Così come il luogo, le terre rare sono strategicamente importanti anche per l’Unione Europea”.

Con le rotte commerciali destinate a passare per il Polo Nord e la corsa alle risorse naturali, l’isola più grande del mondo per ora non sarà invasa dagli americani ma resta al centro della geopolitica di una parte dell’emisfero settentrionale. Con i suoi ghiacci e con quello che custodiscono sotto.

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