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Accordi di Oslo, la pace mancata

Dalla stretta di mano tra Rabin e Arafat di trent’anni fa, alla guerra di oggi - Gli attentati e le forze che impediscono una possibile convivenza tra israeliani e palestinesi

  • 14 October 2023, 05:04
  • 16 October 2023, 13:35
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  • HAMAS ISRAELE
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Il premier israeliano Yitzhak Rabin stringe la mano al leader palestinese Yasser Arafat davanti al presidente USA Bill Clinton a Washington (13 settembre 1993)

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Di: Massimiliano Angeli/ATS/Ansa

Le raffiche di mitra dei miliziani di Hamas contro i civili, i massacri nei kibbutz, la pioggia di missili lanciati contro Israele dalla Striscia di Gaza e i bombardamenti di rappresaglia dello Stato ebraico. Mentre le immagini di morte e distruzione, dopo lo scoppio del nuovo conflitto tra il Movimento islamico di resistenza e Israele, sono tornate a riempire le prime pagine dei media, una foto, scattata 30 anni fa (ed entrata nella storia) torna d’attualità.

Lo scatto celebra gli accordi di Oslo, conclusi tra palestinesi e israeliani nella capitale norvegese, ma ratificati poi, da lì a due settimane, il 13 settembre 1993 con la firma definitiva davanti al presidente statunitense Bill Clinton. La foto congela la storica stretta di mano tra l’allora premier israeliano (laburista) Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) sul prato della Casa Bianca, a Washington. Dietro di loro Clinton, le braccia allargate, come a stringere con un gesto di pace i due leader (entrambi poi Nobel della Pace con il ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres): per la prima volta palestinesi e israeliani si riconoscevano come interlocutori, alla presenza, tra gli altri, del ministro degli Esteri russo, Andrei Kozyrev.

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Il presidente palestinese Yasser Arafat, il ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres e il premier israeliano Yitzhak Rabin insigniti del Premio Nobel per la pace (1994)

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“In quegli anni Israele e OLP ancora non si parlavano quindi, quando venne fuori questa notizia clamorosa, che c’erano stati negoziati che andavano avanti da mesi, in segreto ad Oslo, e che era emersa una dichiarazione di principi per un possibile accordo di pace finale tra israeliani e palestinesi, ovviamente fu una notizia che non solo fece il giro del mondo, ma soprattutto girò in pochi secondi di casa in casa fra israeliani e palestinesi. Molti erano sbigottiti e non ci credevano”, ricorda il collaboratore della RSI, Michele Giorgio, che 30 anni fa era presente a Gerusalemme.

Cosa prevedevano gli accordi di Oslo

Insieme al reciproco riconoscimento politico, l’intesa che porta il nome della capitale norvegese prevedeva il ritiro di Israele da aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania e il diritto palestinese all’autogoverno attraverso la nascita dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Furono lasciati fuori dagli accordi – con l’intenzione di affrontarle in seguito – le questioni di Gerusalemme, dei rifugiati palestinesi, degli insediamenti israeliani, della sicurezza e dei confini. L’intesa stabiliva anche la suddivisione della Cisgiordania in tre zone: A, sotto pieno controllo dell’Anp; B, sotto controllo civile palestinese e israeliano per la sicurezza; C (a forte presenza di insediamenti ebraici), sotto pieno controllo israeliano.

Rabin pagò con la vita per la firma degli accordi, ucciso da un estremista di destra israeliano

Gli accordi di Oslo avrebbero dovuto avviare un processo di pace definitivo e porre fine al conflitto palestinese. Non fu così. Rabin pagò con la vita quella stretta di mano. Venne ucciso il 4 novembre 1995 dall’estremista di destra israeliano Yigal Amir. E gli accordi rimasero un’occasione mancata. Così come è rimasta lettera morta la soluzione a due Stati, malgrado molti (Stati Uniti ed Europa in primis) continuino a richiamarsi a essa.

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Agenti della sicurezza mentre caricano su un'auto il premier Yitzhak Rabin, colpito a morte da un estremista di destra israeliano il 4 novembre 1995

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Un “accordo difficile”

Lo stesso Rabin, parlando degli accordi di Oslo, ammise che si trattava di un “accordo difficile”. E come lui la pensavano, tra gli altri, il capo di stato maggiore dell’esercito Ehud Barak e il ministro degli Esteri Shimon Peres, che di quegli accordi era stato l’architetto in Norvegia. Pensiero che emerge dai verbali della riunione del governo israeliano del 30 agosto 1993 (verbali desecretati solo nell’agosto 2023).

Rabin: gli insediamenti ebraici in Cisgiordania hanno complicato le nostre vite

“Naturalmente se avessimo negoziato con noi stessi - aggiunse Rabin - la formulazione sarebbe stata migliore”. Rabin ammise che Israele stava dando ai palestinesi più di quanto avrebbe ricevuto in cambio, specie alla luce dei “pochissimi” impegni assunti da Arafat, in particolare sulla garanzia che non ci sarebbe più stato terrorismo. Poi la stoccata sugli insediamenti ebraici in Cisgiordania: “Soprattutto quelli nelle aree densamente popolate hanno complicato le nostre vite: questo era il loro obiettivo politico. Si è trattato - disse secondo i verbali – di una soluzione politica e non legata alla sicurezza. Senza alcun vantaggio in termini di sicurezza”.

Gli accordi stabilivano, tra l’altro, che Israele avrebbe dovuto lasciare l’area di Gerico in Cisgiordania e quella di Gaza. Anche Peres non nascose le criticità dell’intesa, ma lo fece sottolineando un aspetto che ancora oggi è un tema politico in Israele e che fu utile per l’adesione all’intesa di Oslo: “Dobbiamo chiederci: supponiamo che l’Olp scompaia, cosa succederebbe allora? Con chi parleremo? Su cosa e con chi negozieremo?”.

Alla fine tuttavia quel governo scelse di aderire al “difficile accordo” e dare una possibilità alla pace, soprattutto in mancanza di una valida alternativa. In 16 votarono a favore e soltanto due si astennero: tra questi Arieh Deri, il capo del partito religioso ‘Shas’ che oggi fa parte dell’esecutivo di destra di Benyamin Netanyahu. Quest’ultimo, ai tempi a capo del Likud, era tra chi non condivideva quell’intesa.

Il fallimento degli accordi di Oslo

Oggi, a distanza di 30 anni da quella pietra miliare, non sono previste cerimonie ufficiali per l’anniversario degli accordi di Oslo, né in Israele né nei Territori Palestinesi. Uzi Baram, ex ministro laburista di allora (ritenuto vicino a Rabin) ha scritto sul quotidiano israeliano Haaretz che gli accordi di Oslo sono diventati - a causa delle politiche successive - “un fallimento” sia per gli israeliani sia per i palestinesi.

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Bombardamento israeliano su Gaza, dopo gli attacchi di Hamas in Israele (8 ottobre 2023)

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Gli attentati e le forze che hanno contrastato gli accordi

A dispetto degli accordi, negli anni seguenti, la conflittualità tra israeliani e palestinesi è tornata a crescere: si sono susseguiti attentati e azioni violente, nella Striscia di Gaza il movimento radicale di Hamas ha raggiunto il controllo politico e militare a scapito dell’Anp e quest’ultima è avviata a perdere la supremazia anche in Cisgiordania, in favore di Hamas e delle altre fazioni palestinesi armate. Allo stesso tempo al governo di Israele vi sono forze che hanno contrastato gli accordi di Oslo (come il premier Benyamin Netanyahu). Il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, (Sionismo religioso) e quello della Sicurezza, Itamar Ben Gvir, (Potenza ebraica), chiedono l’espansione delle colonie per giungere all’annessione della Cisgiordania, senza contare la situazione a Gerusalemme est.

E proprio in Cisgiordania – secondo l’ONG Peace Now - i coloni sono ora quasi mezzo milione, contro i circa 110’000 del 1993.

Una guerra contro i civili

Le origini del conflitto israelo-palestinese

Ripercorrere la storia può aiutare a comprendere le ragioni dei contendenti. “È un conflitto che molti storici sostengono non sia iniziato nel 1948, (quando è stato fondato lo Stato di Israele), ma molti decenni prima, con l’immigrazione degli ebrei dall’Europa e da altri Paesi nella Palestina storica - spiega Michele Giorgio -. E in effetti il conflitto dei due popoli comincia proprio in quegli anni, negli anni in cui c’era il mandato britannico, fra il 1917 e il 1948, sulla Palestina. È un conflitto territoriale, con un popolo (questa è la narrazione israeliana), che è quello ebraico, che tornava nella sua terra promessa, anche sulla base del racconto biblico. Dall’altro lato, invece, c’è un altro popolo che ritiene di essere stato privato della sua terra e che quello israeliano sia stato, sin dall’inizio, un progetto solo coloniale. Sembrano poche frasi e sicuramente non bastano a descrivere l’importanza di questo conflitto, ma sta di fatto che comunque, su questa differenza enorme, si fonda questo conflitto, che non trova ancora una soluzione, perché anche gli accordi di Oslo non sono riusciti a raggiungere quel compromesso che si sperava”.

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In Palestina, il mandato britannico dell'ONU terminò il 14 maggio 1948. Lo stesso giorno fu proclamato lo Stato di Israele e scoppiarono le prime battaglie tra unità ebraiche e arabe

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“Gli accordi di Oslo, almeno nei desideri palestinesi, dovevano portare alla nascita di questo Stato palestinese indipendente e nei territori, così come si definiscono qui, del 1967, cioè quelli di Cisgiordania, Gaza e con capitale Gerusalemme Est. Questo non è avvenuto e oggi siamo in questa situazione. Riassumendo, potremmo dire che Israele controlla un po’ tutto il territorio storico della Palestina, quindi non solo il suo territorio riconosciuto. E da questa situazione non si riesce a venir fuori, almeno rispetto a quelle che sono le rivendicazioni, le aspirazioni palestinesi”.

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Profughi arabi escono da quella che allora era la Palestina sulla strada verso il Libano, nel nord di Israele, per fuggire dai combattimenti in Galilea durante la guerra arabo-israeliana (1948)

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Ascolta il podcast Il mondo là fuori: Nessuna pace a 30 anni dagli accordi di Oslo - Il collaboratore della RSI, Michele Giorgio spiega non solo il processo politico e storico, ma anche gli effetti sulla società di questa situazione di perenne tensione.

Nessuna pace a 30 anni dagli accordi di Oslo

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