Sono passati decenni dalle guerre di mafia, dagli omicidi eccellenti e dalle stragi che negli anni ’80 e ’90 hanno dilaniato la città di Palermo. Di quella violenza, vissuta in prima fila, i palermitani conservano il trauma. In quegli stessi anni i siciliani hanno però ricevuto dal Maxiprocesso un’eredità antimafia molto importante. Giuridica, ma anche civile.
Quartiere Kalsa, Palermo
Dove nacquero e crebbero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
E proprio nel quartiere della Kalsa, dove sono nati e cresciuti i giudici Falcone e Borsellino, un gruppo di giovani studenti decise di raccogliere questa eredità. Era il 2004 e nella notte tra il 28 e il 29 giugno affissero per tutta la città un adesivo con la scritta “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. I ragazzi fecero tutto senza avere un programma preciso o un’idea, ma con la voglia di alzare la voce contro il problema delle estorsioni. L’indomani la reazione della stampa, delle istituzioni e dei media diedero avvio a quello che oggi è Addiopizzo, un’associazione che si occupa di antiracket, consumo critico e inclusione sociale.
Abbiamo lavorato sul piano dell’idea che denunciare è giusto e conveniente e chi lo fa non sarà mai lasciato solo
Pico Di Trapani, Volontario Addiopizzo
L’organizzazione decise, perciò, di seguire l’esempio di Libero Grassi, imprenditore tessile palermitano noto per aver denunciato l’usura. “Era il 1991, forse i tempi ancora non erano maturi, (Libero Grassi, ndr.) era stato isolato dal contesto cittadino, dai suoi colleghi e assassinato dalla mafia”, spiega alla RSI Pico Di Trapani, volontario e membro del direttivo di Addiopizzo. I ragazzi capirono così che i commercianti hanno bisogno di una rete di protezione e solidarietà e, agirono “sul piano dell’idea che denunciare è giusto e conveniente e che chi denuncia non sarà mai lasciato solo”, continua Di Trapani. Concretamente gli imprenditori sono affiancati dall’associazione con supporto psicologico, supporto legale e con una rete di protezione rappresentata dalla lista di consumo critico, che raggruppa centinaia di imprese, artigiani e professionisti che si oppongono al pizzo.
Adesivo Addiopizzo, campagna "Pago chi non paga"
E poi la creazione di un logo da apporre sulle vetrine, per avvisare che quelle attività aderiscono all’iniziativa e rifiutano il racket. “Con nostro enorme stupore, abbiamo scoperto che anche i mafiosi riconoscevano quel segnale e hanno detto, una volta arrestati, che evitavano quelle attività iscritte alla lista perché riconoscevano il logo”, racconta il volontario. Questo è “il più grande riconoscimento da parte del tuo avversario”.
Roberto Cottone, il coraggio di ribellarsi
Gli imprenditori che aderiscono ad Addiopizzo sono oltre un migliaio, tra questi c’è Roberto Cottone. Nel 1997, a soli 24 anni, l’uomo aprì una pizzeria con i fratelli e fin da subito capì che per fare impresa doveva pagare il pizzo. Cottone era però cresciuto negli anni delle stragi e visse l’estorsione come una tragedia. Perciò, nel 2005 smise di pagare il pizzo e per diverso tempo pensò di aver allontanato la piaga dalla sua attività. Non era possibile, però, che nel quartiere di San Lorenzo, dominato all’epoca dal clan Lo Piccolo, e in cui era stato latitante Totò Riina, un commerciante non pagasse la mafia.
Le pressioni crebbero, fino al 2016, quando l’ennesimo tentativo di usura spinse Cottone a Ribellarsi. I mafiosi si presentarono nel suo locale, gli intimarono di “mettersi a posto” e se ne andarono. Lui li bloccò in strada assieme a suo fratello e ai passanti, tra i quali alcuni clienti, chiamò le forze dell’ordine a più riprese e fece arrestare gli uomini. “Nel 2018 c’è stata una retata chiamata Talea 2”, spiega Cottone, “con le nostre dichiarazioni abbiamo fatto arrestare 11 persone. Io e i miei fratelli”.
La strada è lunga, però la direzione è quella giusta
Roberto Cottone, Imprenditore palermitano
Subito dopo aver denunciato, l’imprenditore decise di contattare Addiopizzo “perché avevano fatto tanto”. “Loro ci hanno detto subito come comportarci e quello che dovevo fare”, e quindi “ci siamo sentiti vicini sin dal primo momento, praticamente dall’indomani avevamo il loro supporto per tutto”. Grazie all’associazione la città è cambiata, i palermitani sono cambiati “c’è ancora molto da fare. La strada è lunga, però la direzione è quella giusta”.






