Gli stivali affondano sul fango, bisogna muoversi attorno alla catapulta mentre si aspetta l’ordine dalla base operativa, dove una squadra di operatori di droni sta visualizzando e tracciando la minaccia in arrivo nell’area, ma anche direzione del vento e i banchi di nebbia sempre più bassi. In quest’area nel sud dell’Ucraina opera un’unità della difesa aerea specializzata in droni intercettori. Sono droni che attaccano altri droni e li abbattono mentre sono in volo. Gli danno la caccia in aria, letteralmente. “Dobbiamo operare con qualsiasi condizione atmosferica, per lanciare il drone e distruggere il target”, racconta dall’area operativa Yurii, comandante del Dipartimento Unmanned Aerial Systems della 160esima brigata della Air Missile Defence di Odessa.
Intanto nell’area è scattata l’allerta, i droni sono in arrivo sempre più vicini allo specchio operativo di questa unità e di quelle che lavorano in comunicazione con loro. Si sentono colpi di mitragliatore sempre più forti. Il soldato sul terreno collega i cavi, accende il drone – che ha una forma simile a un piccolo aliante – armato di esplosivo. Aggancia il cavo della catapulta, fa partire l’elica posteriore. In meno di dieci secondi il drone decolla, in altrettanti sparisce tra la nebbia. E in un intervallo di pochi minuti, i soldati che operano sul terreno urlano di mettersi al riparo. Lì il ronzio di un drone rimbomba sulla copertura del tetto, insieme alla pioggia. Siamo al riparo, nell’area dove si svolge la missione di combattimento dell’unità. Dietro a una porta c’è un pilota che sta “vedendo” sul suo visore cosa vede il drone intercettore in volo.

I droni che sono pronti a essere lanciati qui sono droni sempre più decisivi e fondamentali per l’equilibrio delle forze in campo nel settore della difesa aerea. Una linea di difesa essenziale che serve a preservare quanto più possibile missili e munizioni ad alto costo, in una fase sempre più acuta della guerra e con attacchi che aumentano nei numeri, e nelle tecnologie impiegate dalla Russia. Tutto serve, tutto è indispensabile. A quattro anni dall’invasione su larga scala lanciata dalla Russia, la chiave è l’integrazione su più livelli tra armi diverse e unità specializzate. “La difesa aerea deve essere multilivello. Nella difesa del nostro Paese utilizziamo droni, gruppi mobili e sistemi missilistici. Tutti lavorano insieme, distruggendo il nemico non grazie a una singola capacità specifica.”, racconta il comandante Yurii. “Gli intercettori e i missili di difesa aerea sono mezzi di distruzione diversi, con costi diversi. L’uso di missili contro gli Shahed non è economicamente giustificato quando esistono mezzi più economici”, aggiunge. E stima un costo venti volte inferiore di un intercettore come questo, rispetto a uno shahed di fabbricazione russa. Uno squilibrio di costi decisivo per saturare munizioni, bilanci e spese a lungo termine. Lo fa anche la Russia lanciando centinaia di droni esca per far sparare droni e missili alle unità ucraine, per una guerra ad alta intensità che dopo quattro anni mischia innovazione tecnologica e tecniche di logoramento. “Questi droni possono operare in modo autonomo oppure come parte di sistemi di difesa aerea stratificati. Nel nostro caso, fanno parte di un grande complesso integrato di intercettazione che protegge lo spazio aereo da attacchi di massa”, spiega il comandante Yurii.

Che poi descrive i confini operativi delle varie squadre che sono sotto il suo comando. “Gli intercettori sono utilizzati al meglio sopra il mare, lontano dalla costa: operano a lunga distanza. I gruppi di fuoco mobili coprono le aree più vicine, mentre i droni intercettori possono colpire bersagli più lontani”. E anche chi spara per primo. “Gli intercettori ingaggiano per primi. I gruppi mobili ingaggiano più vicino alle aree popolate. L’ingaggio e la distribuzione dei bersagli possono avvenire simultaneamente”. Quello che tutti sottolineano oggi qui è questa linea di coordinamento tra le varie squadre, che condividono – e quindi si vedono tra loro – radar e mappe digitali. Le squadre lavorano su turni di 24 ore, dentro alla base ci sono viveri e provviste per poter stare settimane senza mai uscire da qui a vedere la luce del sole. “La mia squadra ha distrutto 24 target aerei nemici – inclusi droni shahed – in 6 mesi”, racconta Khorunzhyi, comandante di una di queste squadre dalla base operativa dove lavora. Nella stanza ci sono una poltrona, un visore, joystick, un paio di schermi e droni pronti a essere portati fuori in postazione lancio. I due modelli che vediamo oggi sono tra i più utilizzati al momento, uno decolla sulla catapulta. L’altro ha delle eliche che consentono il decollo in verticale. “La differenza risiede, innanzitutto, nel tempo di volo e, in secondo luogo, nella capacità di manovra e nella velocità. Per un drone di tipo aeronautico è necessario avere un certo spazio per manovrare, quindi la virata di un aeromobile richiede un determinato lasso di tempo”, spiega il comandante Yurii. La particolarità di questi droni, è che possono tornare indietro. “Se individuiamo il bersaglio, lo distruggiamo. In caso contrario, il drone rientra alla base”, spiega il comandante. L’allerta aerea rientra, il drone russo che ha messo tutti in apprensione qui si è allontanato verso un’altra zona dell’Ucraina. Il pilota dell’intercettore ha adesso un altro compito. Far atterrare in sicurezza il drone armato di esplosivo in un’area a debita distanza dalla base. Appena arriva il segnale che il drone è a terra, una parte della squadra va a cercarlo per riportarlo qui. Pronto a essere lanciato per un’altra missione.



Guerra in Ucraina, il reportage da Zaporizhzhia
Telegiornale 12.02.2026, 12:30











