“Rivoluzionari che si arrendono o che si fanno da parte, non è qualcosa che rientra nel nostro vocabolario”. Con queste parole il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha segnato la linea dell’Avana nella sua prima intervista con l’emittente statunitense NBC. Il messaggio anticipato esclude qualsiasi ipotesi di dimissioni e chiarisce la posizione dell’Avana in un momento in cui i negoziati con gli Stati Uniti appaiono in fase di stallo.
Nel corso dell’intervista, Díaz-Canel ha ribadito: “Siamo interessati a impegnarci in un dialogo e a discutere qualsiasi argomento e senza condizioni, senza però pretendere cambiamenti dal nostro sistema politico, così come noi non chiediamo cambiamenti dal sistema americano”.
Tre settimane prima, il governo cubano aveva ammesso l’esistenza di contatti con Washington e annunciato un’apertura senza precedenti agli investimenti stranieri, inclusi quelli della diaspora cubana. Una svolta radicale rispetto al passato, che solo mesi prima avrebbe avuto una risposta molto diversa. È invece avvenuta dopo la destituzione di Maduro in Venezuela con un intervento militare statunitense, a cui è seguito il blocco delle forniture di petrolio all’isola proveniente da qualunque Paese. Una fornitura di cui Cuba ha bisogno per soddisfare più della metà delle necessità energetiche dell’isola. A questo punto le richieste di Washington e le aspettative da parte dell’elettorato della diaspora cubana si sono fatte molto più radicali.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio, figlio di esuli cubani, ha ribadito che per rendere efficace un’apertura economica è necessario prima un cambiamento politico. Ha dichiarato: “Chi può investire miliardi di dollari in un Paese comunista?”, per poi precisare: “Un Paese comunista governato da comunisti incompetenti”, forse ricordando gli ingenti investimenti attratti dalla Cina, guidata dal Partito Comunista Cinese dal 1949. Pur evidenziando l’esigenza di un cambiamento politico, non ha espresso un giudizio diretto sulla famiglia Castro, che detiene il controllo dell’isola. Le trattative riservate sembrerebbero svolgersi proprio tra Rubio e uno dei nipoti di Fidel Castro.
Un ulteriore gesto di distensione compiuto dall’Avana riguarda l’indulto che ha portato alla liberazione di oltre 2’000 prigionieri. È avvenuto in occasione della Pasqua e con la mediazione del Vaticano. Non è chiaro quanti fossero prigionieri politici, ma dal punto di vista diplomatico ha cambiato poco nell’atteggiamento di Washington.
L’unico segno di distensione è avvenuto con l’intervento della Russia, che ha inviato una petroliera con 730’000 barili di greggio e ha annunciato ulteriori forniture. Nonostante precedenti avvertimenti e minacce della Casa Bianca a chiunque tentasse di far arrivare il petrolio a Cuba, non ci sono stati tentativi di bloccare l’operazione o attaccare le affermazioni del Cremlino.
Nel frattempo, il fattore tempo sembra favorire gli Stati Uniti, sebbene il sostegno della Russia contribuisca ad attenuare la crisi energetica, la situazione di emergenza in cui vive la popolazione è destinata a peggiorare, indebolendo la posizione di Cuba al tavolo negoziale. L’attesa da parte di Washington potrebbe non rispondere a una strategia precisa, ma riflettere piuttosto lo spostamento dell’attenzione verso altri scenari, in particolare il conflitto con l’Iran. Allo stesso tempo, un prolungarsi dell’immobilismo, potrebbe anche rivelarsi controproducente, mentre altri attori, a partire dalla Russia, si inseriscono in dinamiche geopolitiche più ampie.









