Il governo cubano apre le porte delle carceri e annuncia la liberazione di 2’010 detenuti. L’annuncio è stato diffuso dal quotidiano ufficiale Granma, senza dettagli sui nomi dei beneficiari né sui reati. L’unica indicazione riguarda il profilo dei detenuti: giovani, donne, over 60, stranieri e cittadini cubani residenti all’estero prossimi al fine pena. Le autorità precisano che la scelta si basa su comportamento, condizioni di salute e tempo già scontato. Rimangono invece esclusi i reati più gravi, tra cui omicidio, violenza sessuale e traffico di droga.
Non è chiaro se tra i rilasciati vi siano oppositori politici o persone arrestate durante le proteste del 2021, quando manifestazioni diffuse in tutto il Paese contro la carenza di cibo e medicinali e la gestione della pandemia furono represse con arresti di massa e condanne anche superiori ai 20 anni.
La liberazione, già cominciata, è definita “umanitaria e sovrana” dalle autorità, formalmente legata alla Settimana Santa, ma che arriva nel pieno di una fase di difficili negoziati con gli Stati Uniti. Si tratta della seconda scarcerazione in meno di un mese, dopo quella di 51 detenuti annunciata il 12 marzo con la mediazione del Vaticano. Questa volta i numeri sono molto più alti e il contesto di maggiore tensione.
Il Governo non collega ufficialmente l’indulto ai rapporti con Washington. Ma solo pochi giorni fa, l’amministrazione di Donald Trump ha allentato, di fatto, il blocco petrolifero scegliendo di non intervenire per bloccare una petroliera russa che portava il primo carico di greggio a raggiungere l’isola da gennaio. Un gesto significativo per un Paese già colpito da blackout frequenti e da gravi carenze nei servizi essenziali, dall’acqua corrente agli ospedali.
La Casa Bianca ha però ribadito che non vi è alcun cambiamento nella politica delle sanzioni, giustificando l’apertura come limitata e motivata da “necessità umanitarie”. Una linea ambigua, oscillante in pochi giorni tra minacce seguite da una retorica più accomodante. Non c’è alcun accenno riguardo la possibilità di allentare l’embargo economico imposto dall’inizio degli anni ’60.
Dal canto suo, il Governo cubano mantiene l’offerta di implementare radicali aperture economiche, nel tentativo di preservare il controllo politico. Solo la settimana scorsa, il presidente Miguel Díaz-Canel aveva dichiarato che il Paese si stava preparando alla difesa da possibili attacchi degli Stati Uniti.
Nel frattempo, i negoziati proseguono nel massimo riserbo, guidati dal segretario di Stato Marco Rubio, figlio di cubani in esilio, che è asceso in politica contando sull’appoggio della comunità cubana, un elettorato importante ostile al regime cubano, che spinge per un cambio del sistema politico all’Avana.
Intanto, sullo sfondo, si muovono altri attori internazionali. La Russia ha già annunciato un secondo invio di carico di petrolio. Anche il Messico, che dall’anno scorso aveva superato il Venezuela per quantità di petrolio inviata a Cuba, valuta di riprendere le forniture, tra canali governativi e iniziative private, rivendicando il diritto a commerciare e criticando apertamente l’embargo. L’interruzione nel gennaio scorso era stata la risposta alle pressioni di Washington di nuove imposizioni di dazi.
Il blocco petrolifero imposto dagli Stati Uniti ha accelerato un collasso economico già in corso. In questo scenario, l’indulto di massa appare come un gesto politico doppio, innanzitutto manda segnali di apertura a Washington, dall’altra cerca di ridurre la crescente tensione interna, già emersa in varie proteste, tra cui l’attacco a una sede del Partito Comunista nella città di Morón, nel centro dell’isola, solo due settimane fa.
Il Vaticano ha avuto un ruolo cruciale in momenti politici delicati, inclusa la normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba, facilitando colloqui segreti e ospitando delegazioni di entrambi i Paesi. Una diplomazia che ha contribuito a superare decenni di ostilità. Nel 2015, in occasione della visita di Papa Francesco, furono graziati oltre 3.522 detenuti. Ancora oggi, il Vaticano continua a giocare un ruolo rilevante, come dimostra la liberazione di numerosi prigionieri, nonostante i rapporti tutt’altro che amichevoli tra Papa Leone XIV e l’amministrazione Trump.








