Due nuove banconote entrano in circolazione dal valore di 2’000 e 5’000 pesos, le più alte mai viste a Cuba, equivalenti rispettivamente a circa 4 e 10 dollari. La scelta rappresenta una dolorosa ammissione del collasso del potere d’acquisto, il taglio massimo copre appena uno stipendio medio mensile di un lavoratore statale. Secondo la Banca Centrale di Cuba, la nuova emissione è necessaria “per facilitare le transazioni e ridurre i costi logistici del contante”, una misura pratica in un Paese dove la scarsità di moneta costringe i cittadini a trasportare interi pacchi di banconote per acquistare beni essenziali, dagli alimenti ai farmaci.
Le nuove banconote introducono alcune novità. Per la prima volta nella storia numismatica del Paese, fanno omaggio a due donne: Mariana Grajales, attivista del XIX secolo per l’indipendenza di Cuba, e Celia Sánchez, figura chiave della rivoluzione castrista. I ritratti sono stampati in rilievo, mentre il fiore nazionale di Cuba, “La Mariposa”, presenta un effetto arcobaleno che cambia al variare dell’angolo di osservazione.
L’inflazione ufficiale dell’ultimo anno si aggira intorno al 14%, ma secondo esperti sarebbe ben superiore al 70%, riflettendo una realtà di prezzi galoppanti. La situazione è peggiorata dopo la riforma monetaria del 2021, che eliminò la doppia valuta, unificando il peso convertibile (CUC) con il peso cubano (CUP). Il CUC era utilizzato dai turisti, dai lavoratori legati al turismo, dai cubani che potevano acquistare beni di lusso e dal governo stesso che convertiva in CUC le entrate in valuta estera. La riforma prevedeva aumenti salariali e pensionistici per compensare la crescita dei prezzi, ma la misura non riuscì a contenere la spirale inflazionistica, accelerata dalla scarsità di prodotti e dalla crisi economica generata dalla pandemia di coronavirus. Il provvedimento puntava a rendere l’economia cubana più efficiente e trasparente agli occhi degli investitori stranieri, in una fase di urgente bisogno di liquidità, in seguito al crollo delle entrate turistiche durante la pandemia di coronavirus. Crollo da cui l’economia non si è più ripresa.
Il mercato nero ha avuto un ruolo centrale nell’aggravare l’inflazione. Molti prodotti dipendono dal dollaro, perché Cuba importa circa l’80% dei beni di consumo e il peso cubano non è accettato all’estero. Venditori e imprese fissano i prezzi basandosi sul cambio del mercato parallelo, molto più alto di quello ufficiale. Così tutto diventa più caro, il peso perde valore e i prezzi continuano a crescere. Nonostante Cuba non sia un’economia dollarizzata come Panama o Ecuador, la dipendenza dal dollaro è forte e storica.
Negli anni ’90, il governo di Fidel Castro aprì negozi in dollari per far fronte alla grave crisi del “Periodo Speciale”, scatenata dal crollo dell’Unione Sovietica, da cui Cuba dipendeva per aiuti economici e forniture energetiche. Nel 2004 il dollaro fu eliminato dalla circolazione diretta, sostituito dal CUC, il peso convertibile eliminato con la riforma monetaria del 2021. Già dal 2019 sono tornati negozi in valuta estera tramite carte MLC (moneta liberamente convertibile), ma è dall’anno scorso che si è registrato un aumento dei negozi con pagamento diretto in dollari ed euro in contanti, un ennesimo tentativo di attirare valuta straniera.
Se da un lato queste iniziative rispondono a esigenze pratiche e urgenti, dall’altro incarnano in modo evidente privilegi e disuguaglianze sociali. La contraddizione appare ancora più marcata perché è lo stesso governo a promuovere misure che, di fatto, istituzionalizzano disparità profonde, contrarie alla retorica del Partito Comunista di Cuba. Le nuove banconote, i negozi in dollari e l’esistenza di un mercato parallelo evidenziano in modo chiaro la fragilità dell’economia cubana, che si trascina da decenni, ma che coglie adesso il governo in una posizione di estrema vulnerabilità di fronte alle nuove pressioni da Washington.









