Da circa due settimane dall’Iran arrivano notizie di mobilitazioni di protesta di ampia portata. In rete, in particolare sui social media, circolano numerosi video che mostrerebbero grandi cortei in diverse zone del Paese. Nelle immagini si odono slogan contro il regime della Guida Suprema Ali Khamenei e si vedono scontri e momenti di tensione tra i manifestanti e le forze di sicurezza. Da quanto si apprende, specialmente da BBC Persian, immense folle di manifestanti hanno sfilato a Teheran e in altre città, segnando quella che appare come la più grande mobilitazione degli oppositori degli ultimi anni. Secondo alcune stime, sarebbero 45 i manifestanti uccisi in questi primi giorni di proteste. Si tratterebbe delle proteste più grandi nel paese a partire dal 2022.

Nuove proteste in Iran
Telegiornale 09.01.2026, 12:30
L’Ayatollah Ali Khamenei, in un discorso rilasciato venerdì, ha promesso che le autorità “non arretreranno” di fronte alle crescenti proteste, accusando gli Stati Uniti di averle istigate. Khamenei ha anche annunciato un inasprimento dei controlli e della repressione. La repressione nelle strade e nelle piazze è stata da subito affiancata da quella digitale. Già nella giornata di giovedì l’Iran avrebbe subito un blackout di Internet, come confermato da NetBlocks, organizzazione internazionale che monitora la rete, e dal database Internet Outage Detection and Analysis del Georgia Institute of Technology. Come conseguenza, l’Iran sarebbe a tutti gli effetti sconnesso dalla rete.
Al momento non è confermata la ragione tecnica alla base della disconnessione del paese, ma l’Iran non è nuovo a queste iniziative e in passatto ha utilizzato gli Internet shutdown – la di fatto messa offline di una popolazione o di un territorio – come tecnica repressiva in contesti di proteste o di tensionne o per silenziare il dissenso. Lo stesso è avvenuto lo scorso giugno, ad esempio, durante i bombardamenti israeliani; nel 2022, in seguito alle manifestazioni conseguenti l’assassinio di Mahsa Amini, come nel 2019 in occasione delle proteste di quell’anno. La campagna internazionale #KeepItOn, che monitora gli Internet shutdown da un decennio, in un report uscito a inizio 2025, fa notare come solo nel 2024, l’Iran abbia utilizzato questa pratica tre volte. Stando a quanto dichiarato da NetBlock alla CBS, lo shutdown di questi giorni sarebbe particolarmente severo e l’Iran sarebbe al momento nel mezzo di “un blackout totale di Internet a livello nazionale”, mentre “l’episodio segue una serie di crescenti misure di censura digitale rivolte alle proteste in tutto il Paese e ostacola il diritto del pubblico a comunicare in un momento cruciale”. “Penso che ormai ci troviamo praticamente completamente disconnessi dal resto del mondo”, ha invece dichiarato a TechCrunch Amir Rashidi, ricercatore iraniano nel campo della cybersecurity e membro del gruppo no-profit Miaan.
Da quanto si apprende dalle fonti internazionali, non sono noti i dettagli tecnici di questo shutdown. Il caso iraniano di questi giorni si inserisce però in un casistica globale in crescita. Gli Internet shutdown sono definiti come “un’interruzione intenzionale di Internet o delle comunicazioni elettroniche, che le rende inaccessibili o sostanzialmente inutilizzabili per una determinata popolazione o in una specifica area, spesso al fine di esercitare il controllo sul flusso di informazioni” e possono essere attuati in diversi modi, dallo spegnimento delle infrastrutture energetiche, a imposizioni legali sui provider, fino a interventi diretti sul routing del traffico di rete. Il risultato, in estrema sintesi, è lo “staccamento della spina” di Internet, con la conseguente disconnessione degli utenti e gravi ripercussioni sui servizi online, sulla comunicazione e, nel contesto delle proteste, sulla circolazione delle notizie.
Per i regimi autoritari, si tratta di una misura totalizzante per filtrare le comunicazioni, ostacolare il coordinamento delle manifestazioni e censurare i flussi informativi. La pratica degli Internet shutdown è considerata una vera e propria “punizione collettiva”, che va oltre altri interventi censori limitati a singole piattaforme. L’Iran, ad ogni modo, non è un caso isolato.
Nel 2024, secondo i dati di Access Now e di #KeepItOn, sono stati registrati 296 blackout di Internet in 54 paesi, superando il record precedente del 2023, quando se ne erano verificati 283 casi in 39 paesi. Si è registrato anche un aumento dei blackout transfrontalieri, ovvero quelli causati da un paese ai danni di un altro: tra questi rientrano, ad esempio, i blackout imposti dalla Russia in Ucraina, da Israele alla Striscia Gaza e da Thailandia e Cina in Myanmar. Dal 2016, da quando è iniziato il monitoriaggio di AccessNow, sono stati registrati 1754 casi, ma le cifre non comprendono il 2025, per il quale i dati non sono ancora stati aggiornati.
In Iran la censura di Internet è da tempo uno strumento sistematico di controllo delle informazioni e della comunicazione online. Interrompendo le comunicazioni digitali in questi giorni, le autorità limitano la diffusione delle notizie all’interno dei confini come verso l’estero, accentuando la repressione. I blackout e i filtri digitali si inseriscono così in un quadro più ampio di inasprimento della repressione, in cui la sorveglianza, la censura e la coercizione si combinano per soffocare il dissenso. L’ultimo aggiornamento di NetBlocks mentre questo articolo viene scritto (le 17 e 30 del 9 gennaio, ora svizzera), segnala come la connettività in Iran sia ridotta all’1% dei livelli normali.
Philip Di Salvo è senior researcher e docente presso l’Università di San Gallo. I suoi temi di ricerca principali sono i rapporti tra informazione e hacking, la sorveglianza di Internet e l’intelligenza artificiale. Come giornalista scrive per varie testate.







