L’Ucraina ha intensificato gli attacchi contro il settore petrolifero russo. Negli ultimi giorni terminali, raffinerie e depositi di carburante sono stati colpiti a ripetizione, anche molto lontano dal fronte. Per Kiev, si tratta di una strategia chiara: colpire uno dei pilastri economici che alimentano la macchina da guerra di Mosca. Tale linea d’azione preoccupa tuttavia alcuni alleati occidentali, che temono un nuovo aumento dei prezzi dell’energia.
Una campagna che colpisce il cuore energetico russo
Si tratta “probabilmente della campagna più efficace finora portata avanti contro il settore energetico russo”, spiega al Radiogiornale Davide Maria De Luca, giornalista e collaboratore RSI da Kiev.
Solo nell’ ultima settimana sarebbero stati danneggiati almeno tre porti importanti per le esportazioni di petrolio, tra cui Ust-Luga, sul Baltico, colpito più volte in pochi giorni. Secondo le stime citate al Radiogiornale, fino al 40% della capacità complessiva di export petrolifero russo sarebbe stata interessata da questa nuova ondata di attacchi.
I limiti della campagna (e dei droni ucraini)
Secondo Reuters, Kiev starebbe utilizzando quasi esclusivamente armi di produzione propria, in particolare droni a lungo e lunghissimo raggio. Un elemento che conferma la crescente capacità ucraina di colpire obiettivi strategici anche a oltre 1’200 chilometri di distanza dal fronte.
Questa strategia presenta però anche limiti osserva De Luca, questi droni “sono molto leggeri e infliggono danni piuttosto lievi”, il che significa che finora Mosca “è sempre riuscita a riparare piuttosto rapidamente le raffinerie colpite”. Resta quindi da capire se questa nuova campagna riuscirà effettivamente a produrre conseguenze più durature rispetto alle precedenti.
L’obiettivo: limitare i vantaggi economici di Mosca
Per Kiev, colpire il settore energetico russo significa provare a ridurre una delle principali fonti di entrata della Russia in una fase in cui Mosca sta beneficiando dell’aumento dei prezzi dei combustibili. Come sintetizza De Luca, per l’Ucraina “si tratta di cercare di arginare il beneficio che la macchina da guerra russa sta traendo dagli alti prezzi dei combustibili”. In altre parole, l’obiettivo è colpire un settore chiave per l’economia russa e rendere più difficile trasformare gli alti prezzi dell’energia in risorse utili a sostenere lo sforzo bellico.
Lo scetticismo e la pressione degli alleati occidentali
Questa strategia non convince tutti gli alleati dell’Ucraina. Lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che alcuni partner stanno facendo pressione su Kiev affinché moderi gli attacchi contro il settore energetico russo.
De Luca riferisce che dietro queste pressioni ci sarebbero soprattutto gli Stati Uniti: “Non sono una novità queste pressioni degli alleati, anzi, è uno dei fenomeni ricorrenti di questo conflitto”, ha spiegato il giornalista. Già nel 2024, infatti, l’amministrazione Biden aveva chiesto a Kiev di limitare gli attacchi alle raffinerie russe, nel timore che “un aumento generale del prezzo del petrolio potesse causare un aumento dei prezzi anche negli Stati Uniti”.
La possibile apertura diplomatica dietro questi attacchi
Kiev si sta muovendo su un terreno delicato: da un lato c’è la volontà di colpire una leva economica fondamentale per la Russia; dall’altro il rischio di irritare i partner occidentali e di esporsi a una possibile rappresaglia da parte di Mosca.
Anche per questa ragione, nelle ultime ore, Zelensky ha provato a trasformare questi successi militari in un’apertura diplomatica, offrendo al Cremlino una tregua reciproca negli attacchi alle infrastrutture energetiche in occasione della Pasqua. “Mosca però, al momento, non ha fornito ancora una risposta”, ha detto De Luca.







