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La guerra arricchisce gli armatori che sfidano il blocco dello Stretto di Hormuz

Il traffico mercantile è calato del 90% ma c’è chi corre il rischio e fa grandi guadagni - Un sindacalista greco: le traversate vanno fermate “perché la vita non ha prezzo”

  • 2 ore fa
Il 90% delle merci viene trasportato per mare
03:45

Gli armatori che guadagnano dal blocco dello Stretto di Hormuz

SEIDISERA 30.03.2026, 18:00

  • Keystone
Di: SEIDISERA - Elena Kaniadakis / pon 

Meno di 150 navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz nelle ultime settimane, da quando l’Iran ha imposto il blocco della navigazione in risposta al conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele, colpendo una ventina fra cargo e petroliere già nelle prime due settimane di guerra e causando anche alcune vittime. Il traffico marittimo in questo punto di passaggio cruciale per i rifornimenti di gas e di petrolio a livello globale è calato del 90%, mentre centinaia di navi sono rimaste immobilizzate.

Stando a quanto raccontato da Bloomberg, l’Iran avrebbe cominciato a chiedere un pedaggio ad alcune navi. Il pagamento richiesto sarebbe arrivato fino a 2 milioni di dollari, hanno rivelato fonti anonime, senza specificare però quali navi siano state coinvolte. A passare sono soprattutto le navi cinesi: Pechino è vicina a Teheran, e beneficia di passaggi privilegiati o quantomeno tollerati.

Il blocco iraniano ha fatto lievitare non solo il prezzo del petrolio ma, a monte, anche quello da pagare per le imbarcazioni disposte a transitare dallo Stretto, correndo dei rischi. Secondo Fraser Carson, dell’agenzia specializzata Wood MacKenzie, una petroliera che compie la traversata costa al destinatario del carico fino a 500’000 dollari al giorno. Prima della crisi erano poche decine di migliaia di dollari.

Quindi se sei un armatore hai un forte incentivo a compiere il viaggio, un’impresa pericolosa ma molto remunerativa, e c’è chi ha colto l’occasione, seguendo il profumo dei soldi più che l’invito di Donald Trump a “tirare fuori le palle”. Gli armatori ellenici possiedono il 13% delle flotte che navigano solitamente in quell’area e c’è chi - come Yorgos Prokopiou - ha deciso di sfidare il divieto con la sua Dynacom Tankers. La strategia seguita dagli equipaggi per non essere colpiti da droni e missili prevede lo spegnimento del segnale di tracciamento. L’individuazione in tempo reale diventa più difficile, ma aumenta nel contempo il rischio di collisioni in mare.

Un strategia che non piace ai sindacalisti del settore. “I marinai con cui siamo in contatto ci raccontano dei droni che passano sopra la loro testa, delle esplosioni a poca distanza sulla costa e delle provviste che a bordo iniziano a scarseggiare”, racconta Apostolos, Kypreos, presidente dell’Unione greca dei macchinisti della marina mercantile. “Molti marinai impiegati nella zona hanno avuto un aumento di stipendio”, afferma, “ma noi diciamo che nello Stretto va imposto il divieto di navigazione finché continueranno i combattimenti, perché la vita non ha prezzo”.

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