Il simbolismo è più forte che mai, i passi avanti verso un vero allineamento e una proiezione concreta restano da verificare. Il summit annuale della SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai), apertosi domenica 31 agosto nell’importante porto cinese di Tianjin è il più partecipato di sempre. Non sono solo presenti tutti i leader dei dieci Paesi membri della piattaforma di sicurezza eurasiatica - Russia, Bielorussia, India, Pakistan, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan – ma anche quelli di diversi altri Paesi osservatori, partner di dialogo o aspiranti nuovi membri. Si va dalla Turchia alla Cambogia, dalla Mongolia all’Egitto.
La presenza forse più significativa, perché tutt’altro che scontata, è quella del premier indiano Narendra Modi. Si tratta della sua prima visita in Cina dal 2018, dopo sette anni di fortissime tensioni avviate dagli scontri militari al confine conteso dell’estate 2020, che causarono decine di morti tra le truppe dei due Paesi. Tensioni che sono sfociate in un’ampia guerra commerciale e in uno scontro diplomatico a tutto campo, che comprende le rimostranze indiane per il sostegno (anche militare) della Cina al Pakistan e l’ira cinese per l’appoggio dell’India ai criteri di successione anti Pechino annunciati di recente dal Dalai Lama. Per non parlare della sfida sulle risorse idriche e i timori di Nuova Delhi per la costruzione di una mega diga cinese sull’Himalaya, potenzialmente in grado di influenzare il corso del cruciale fiume Brahmaputra.
Proprio per questa complessità nei rapporti bilaterali, molti sono rimasti sorpresi dalla rapidità del processo di disgelo avviato nelle scorse settimane, culminato con l’accoglienza in grande stile di Modi e il bilaterale di domenica con Xi Jinping. “Siamo partner e non rivali”, ha detto il presidente cinese al premier indiano, cercando un imprevisto riavvicinamento favorito dall’attuale crisi nel rapporto tra India e Stati Uniti. I dazi punitivi del 50% imposti da Donald Trump a Nuova Delhi per l’acquisto di petrolio russo sono tra i più alti al mondo. Un tradimento per l’India, che da anni si percepiva come un anello chiave del sistema di alleanze asiatiche di Washington. Per Pechino, la presenza di Modi è una conferma della bontà della linea dura intrapresa nella battaglia commerciale con la Casa Bianca e la possibilità di trovare nuove sponde nel suo piano di rimodellamento dell’architettura globale. Per l’India, invece, significa guadagnare margini di manovra tra Usa, Russia e Cina, mantenendo la propria autonomia strategica. Le ricadute sulla SCO e sui BRICS (altra piattaforma di cui fanno parte sia Pechino sia Nuova Delhi) possono essere rilevanti, visto che le tensioni tra Cina e India sono state sin qui uno dei principali ostacoli a un vero allineamento interno ai due gruppi.
La Cina continua a ripetere che la SCO non è un anti G7, ma la componente anti occidentale del vertice pare essere molto importante per Iran e Russia, seppure da prospettive diverse. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato di andare a Tianjin con l’obiettivo di “affrontare il totalitarismo degli Stati Uniti”, presa di posizione derivante dai recenti raid contro gli impianti nucleari di Teheran. Dopo il summit in Alaska con Trump, che fa sperare il Cremlino in un disgelo con la Casa Bianca, Putin assume invece un approccio anti europeo. “Il militarismo giapponese viene rianimato e l’Europa, Germania inclusa, sta compiendo passi verso la rimilitarizzazione, con scarsa attenzione ai parallelismi storici”, ha dichiarato il presidente russo in un’intervista all’agenzia di stampa statale cinese Xinhua. In questo quadro, Russia e Cina vengono presentate come eredi e custodi della tradizione antinazista e antifascista, una narrazione che rafforza le rispettive ambizioni strategiche per il futuro, sia quelle di Mosca sull’Ucraina che quelle di Pechino su Taiwan.
Putin intende sfruttare il palcoscenico per riaffermare la partnership con la Cina come “forza stabilizzatrice”, mostrando a Washington e Bruxelles di avere amici potenti, elemento da far implicitamente pesare nei colloqui sull’Ucraina. Nel bilaterale con Xi, Putin spera di ottenere l’agognato via libera sul gasdotto Forza della Siberia 2, un progetto cruciale per ovviare alle mancate esportazioni in Europa e per rilanciare l’interscambio commerciale con la Cina, che dopo l’aumento record degli scorsi anni è ora in calo.
Tradizionalmente incentrata su cooperazione militare e lotta al terrorismo, la SCO amplia ora i propri ambiti: energia, infrastrutture, governance digitale, promozione delle valute nazionali in alternativa al dollaro. La firma di una strategia di sviluppo decennale e di una dichiarazione congiunta segna il tentativo di trasformare il forum in uno strumento di integrazione economica eurasiatica. Favorito politicamente dal protezionismo di Trump e dall’incertezza sulla postura strategica degli Stati Uniti, Xi Jinping si presenta come garante di stabilità e multilateralismo. E la SCO diventa così un laboratorio di cooperazione per il cosiddetto Sud globale, o meglio del mondo non allineato al G7: non solo cooperazione di sicurezza, ma un embrione di governance eurasiatica in grado di includere energia, infrastrutture, digitale e commercio in valute alternative al dollaro.
Resta però il dubbio che prevalga il simbolismo più della sostanza: i contrasti interni (a partire da quello tra India e Pakistan) rischiano di indebolire la coesione. Diversi analisti sostengono che la SCO resti più una vetrina per mostrare unità che uno strumento operativo, come dimostrerebbe la debolezza del sostegno all’Iran dopo i raid di Trump, rimasto sul solo piano retorico. In tal senso, la forza del gruppo non starebbe tanto nelle decisioni concrete quanto nell’immagine: un blocco che rappresenta il 40% della popolazione mondiale e si mostra unito in assenza degli Stati Uniti. Certo, un blocco che le dinamiche attuali sembrano allargare e (potenzialmente) rafforzare.

Putin a Pechino
Telegiornale 31.08.2025, 12:30