Il 28 dicembre 2025 in Iran sono scoppiate grandi proteste, rapidamente estese a decine di città e province. La scintilla iniziale è stata la grave crisi economica con un’inflazione oltre il 40%, il rial in caduta libera e il potere d’acquisto fortemente compromesso. Ben presto, però, la mobilitazione si è trasformata in lotta politica, con slogan contro la Guida suprema Ali Khamenei e richieste di cambiamento di regime.
Comprendere ciò che sta accadendo attualmente non è semplice. Le autorità hanno imposto un blackout di Internet e delle comunicazioni, isolando il Paese e rendendo difficoltoso il contatto con il resto del mondo. Rimane però essenziale ricostruire e comprendere il contesto che ha portato dalla Rivoluzione, fino alle proteste odierne.
Di come il regime degli ayatollah sia riuscito a conquistare e mantenere il potere ne abbiamo parlato con Farian Sabahi, professoressa associata di Storia contemporanea all’Università dell’Insubria, esperta di Iran e Yemen.

Farian Sabahi è professoressa associata all'Università dell'Insubria
Prima del 1979, quali erano le principali fragilità politiche e sociali del regime dello scià Mohammad Reza Pahlavi, che hanno preparato il terreno alla Rivoluzione islamica?
“Le cause della rivoluzione stavano soprattutto nelle diseguaglianze sociali e nella repressione di regime. Al tempo dello scià c’era la terribile polizia segreta, la Savak, che arrestava in modo arbitrario, torturava e uccideva i dissidenti politici o coloro che erano considerati tali. Poi c’erano enormi diseguaglianze sociali: esisteva proprio un divario tra le persone molto ricche e le persone molto povere.
Tutto questo è ben illustrato nei documentari di Kamran Shirdel, che erano stati dapprima commissionati al tempo dello scià e poi vietati proprio per le immagini che erano state registrate. Poi sono state riprese all’indomani della rivoluzione e oggi sono disponibili online: credo diano proprio un’idea di come la monarchia avesse anche cercato, con un insieme di riforme, di promuovere lo sviluppo. In realtà però c’erano tantissime cose che non andavano, errori proprio nella gestione di queste riforme.”
Che ruolo ha avuto l’Islam sciita come linguaggio dell’opposizione e perché è riuscito a catalizzare un malcontento così trasversale nella società iraniana?
“Nel 1979 la Rivoluzione iraniana non fu opera esclusiva degli esponenti dell’Islam radicale sciita, ma coinvolse anche gruppi di sinistra laica e islamica, oltre a movimenti armati come i Fedayin, i Mujaheddin del Popolo e il Partito Comunista. Quindi c’erano varie fazioni che hanno portato alla caduta della monarchia.
Dopo la rivoluzione prese il potere la fazione di Khomeini. Anche nell’Iraq di Saddam Hussein esistevano movimenti di protesta di matrice islamica sciita, ma lì gli sciiti non riuscirono a rovesciare il regime per un motivo semplice: oltre alla repressione, pesava il distacco, anche geografico, tra i mercanti del bazar di Baghdad e i centri religiosi dei seminari sciiti situati nelle città sante di Najaf e Karbala. In Iran invece uno dei tratti fondamentali è stato proprio questo legame molto stretto tra i bazar, cioè i mercanti dello zar, e gli ayatollah, quindi coloro che poi sono riusciti a prendere possesso della rivoluzione del ’79. Direi dunque che la dimensione fondamentale è una dimensione economica, oltre che religiosa.”
Durante la Rivoluzione quanto è stato decisivo il carisma di Ruhollah Khomeini rispetto alla debolezza del regime nel determinare la caduta della monarchia?
“Il suo carisma è stato centrale, ma solo fino a un certo punto, perché in realtà l’ideologo laico della rivoluzione si chiamava Ali Shariati Mazinani ed è morto nel 1977, a Londra, in circostanze misteriose: si parla di un attacco cardiaco, ma non si esclude sia stato ucciso dal regime. Era lui che aveva catalizzato di fatto l’attenzione: un personaggio molto carismatico, aveva studiato sociologia in Francia ed era lui uno dei personaggi più importanti degli anni che hanno preceduto la rivoluzione.
Khomeini era stato mandato in esilio nel 1964 a causa della sua presa di posizione contro lo scià nelle proteste di giugno 1963 ed è stato in esilio dall’autunno del 1964 fino a quel fatidico febbraio 1979, quando è tornato in patria con un volo delle linee aeree francesi. Era stato un anno in Turchia, in esilio, dopodiché era stato a Najaf, nel seminario religiosi iracheni, e negli ultimi mesi si era spostato a Parigi perché Saddam Hussein non voleva più ospitarlo a Najaf, perché temeva una contaminazione, quindi una rivoluzione sciita, anche nel suo Iraq. Il Kuwait però non aveva accettato di ospitarlo; quindi, si è recato in Francia con un visto turistico, poi lì è rimasto.”
Nei mesi successivi al 1979, come sono riusciti gli ayatollah a emarginare o eliminare le altre anime della Rivoluzione - laici, liberali, sinistra - e a concentrare il potere nelle mani del clero?
“Con la repressione, tutti coloro che non appartenevano alle loro fazioni – in particolare gli esponenti di sinistra – sono stati prelevati nelle loro abitazioni nel cuore della notte e mandati a morire fucilati. I religiosi legati a Khomeini hanno potuto fare tutto questo proprio per una struttura organizzativa molto solida.”
Il sistema della Repubblica islamica, fondato sul principio del Velayat-e faqih, era l’unico esito possibile, oppure nei primi anni post-rivoluzionari esistevano alternative politiche concrete?
“Un’alternativa politica concreta non fu offerta agli iraniani: il 31 marzo 1979 furono chiamati alle urne sia gli uomini sia le donne – che avevano il diritto di voto dal 1963 – e la scelta era tra monarchia e Repubblica islamica. Quest’ultima era una contraddizione in termini di fatto, ma sembra che il 99% degli aventi diritto abbia votato per la Repubblica islamica.
Negli anni successivi non furono offerte altre alternative politiche. Quel periodo fu segnato non solo da una durissima repressione del regime contro le altre fazioni, ma anche da quello che divenne uno dei pilastri della Repubblica islamica: la cosiddetta “guerra imposta”, cioè l’aggressione militare di Saddam Hussein contro l’Iran il 22 settembre 1980. Il conflitto avrebbe potuto concludersi in circa un anno, ma l’ayatollah Khomeini, che agiva come Capo di Stato, decise di prolungarlo perché il nemico esterno serviva a compattare l’opinione pubblica interna.”
Dopo oltre quarant’anni, quali sono le principali contraddizioni del sistema creato dalla Rivoluzione, soprattutto nel rapporto con una società giovane, urbana e sempre più distante dall’ideologia religiosa?
“A febbraio ricorrono i 47 anni dalla Rivoluzione. Le contraddizioni maggiori risiedono nella ricchezza del paese – potenzialmente al secondo posto per riserve accertate di petrolio e di gas – ma la popolazione fa fatica a comprarsi da mangiare e a pagare l’affitto. La causa principale è la svalutazione del rial, dovuta in gran parte alle sanzioni imposte dall’Occidente e, dal settembre scorso, anche dalle Nazioni Unite, ma anche a una pessima gestione da parte della sua leadership.
In Iran c’è una classe dirigente che si è arricchita con le sanzioni e con il contrabbando, e di nuovo si è riproposto quel divario sociale tra chi detiene il potere e la popolazione normale, mentre la classe borghese si è poco a poco assottigliata.”

Reza Pahlavi, figlio dello scià Mohammad Reza Pahlavi
Guardando alle proteste attuali, è realistico immaginare un ritorno dello scià o dei Pahlavi, oppure uno scenario di transizione verso un potere concentrato nelle mani di un “uomo forte”, anche non religioso, al posto dell’oligarchia degli ayatollah e Pasdaran?
“Non credo che il principe Pahlavi sia un’opzione per il dopo-Repubblica islamica, per un motivo molto semplice: 47 anni fa gli iraniani hanno lottato, sono morti per cacciare suo padre; quindi, non ha molto senso che dopo tutta quella fatica siano disponibili ad accettare un uomo che ha lasciato l’Iran quando aveva 17 anni – due anni prima della rivoluzione – e ha sempre vissuto negli Stati Uniti con la ricchezza portata via da suo padre.
Il nome Pahlavi sicuramente evoca lo splendore dell’impero persiano, ma anche le diseguaglianze sociali al tempo della monarchia, anche le torture della polizia segreta dello Scià – la terribile Savak – e soprattutto l’asservimento dell’Iran al tempo della monarchia nei confronti di Londra e Washington. Il nome di questo principe evoca anche l’asservimento a Israele, perché il principe Pahlavi è andato a baciare la mano al premier israeliano Netanyahu, che nel frattempo aveva ucciso 70’000 abitanti di Gaza. Quindi è un personaggio controverso.
Detto questo, in 47 anni di Repubblica islamica i monarchici non hanno mai messo in piedi un partito monarchico con uno statuto; quindi, non hanno una vera e propria organizzazione.
La novità delle ultime ore è che, dopo essersi detto disponibile ad aiutare il popolo iraniano in nome delle libertà, il presidente statunitense Trump ha aperto la porta alla leadership iraniana, e il ministro degli Esteri di Teheran ha dichiarato che i canali di comunicazione sono aperti con l’inviato speciale americano.
Tutto questo cosa vuol dire? Che da una parte la diplomazia funziona e si conferma il ruolo dell’Oman, che agisce come intermediario tra Teheran e Washington. Ma si potrebbe prefigurare un accordo, forse un accordo nucleare, voluto da Trump. Eppure, Trump era colui che aveva fatto saltare l’accordo nucleare nel 2018 e aveva imposto quelle sanzioni che hanno messo in ginocchio l’economia iraniana e la sua popolazione.
Ecco, ora l’accordo che si prefigura tra Trump e gli ayatollah significherebbe un rafforzamento della Repubblica islamica, a scapito di quelle migliaia di manifestanti che in queste settimane, in questi anni, hanno perso la vita.”

Iran, Stati Uniti valutano opzioni di intervento
Telegiornale 12.01.2026, 12:30









