In Iran sta peggiorando la crisi che da ormai due settimane sta spaccando la nazione. Le proteste si sono estese a tutte le principali città del Paese e mettono sempre più sotto pressione il regime degli ayatollah che, da venerdì, ha bloccato internet su tutto il territorio. I pochi video che arrivano e qualche testimonianza parlano di repressione brutale. Per cercare di capire meglio quello che sta succedendo nel Paese e perché, SEIDISERA della RSI ha intervistato Nicola Pedde, direttore del Institute of Global Studies (IGS) di Roma e direttore della rivista Geopolitics of the Middle East. Ha insegnato Relazioni internazionali all’Università di Roma La Sapienza ed è esperto di Iran.
Che tipo di protesta sta invadendo le strade delle principali città iraniane? Oggi erano iniziate come manifestazioni contro l’impennata dell’inflazione ma ora le cose sembrano cambiate...
“Sicuramente sì. C’è un elemento di novità che è quello rappresentato dalla saldatura di una protesta di diversa natura, ovverosia è nata nell’ambito del settore commerciale, del bazar, della piccola imprenditoria ma ben presto ha raccolto l’interesse delle componenti giovanili e anche di alcune componenti etniche e questo ha creato una situazione sostanzialmente nuova rispetto al passato. Il tessuto del commercio era stato quasi sempre ai margini delle proteste nelle precedenti occasioni di rivolte e manifestazioni. Invece questa volta ne è stato promotore. Questo cambia la natura di questa protesta. Al tempo stesso, però, ci sono degli elementi di continuità con il passato che potrebbero frustrare le aspettative, perché ancora una volta è difficile poter individuare tanto una leadership (quindi una cabina di regia comune che possa accorpare le istanze di tutti questi gruppi), quanto la presenza di un programma organizzato e quindi di un manifesto politico che possa alla fine trasformare questo movimento di protesta in un vero meccanismo pre-rivoluzionario”.
Abbiamo sentito anche di repressione e blocco di internet. Oltre a ciò, come sta reagendo il regime?
“La principale reazione del regime è quella tradizionale della repressione. In questo momento ciò che abbiamo visto è stato principalmente il tentativo di separare, da una parte una protesta legittima, quella dei commercianti, ai quali il governo ha cercato di fornire alcune risposte, soprattutto attraverso emendamenti alla legge di bilancio e con aumenti salariali programmati. Un fondo straordinario di 9 milioni di dollari per i beni di prima necessità, soprattutto quelli alimentari e il mantenimento dell’Iva al 10% ma dall’altra parte classificando tutta l’altra componente della protesta sostanzialmente come eversiva, come guerriglieri e che quindi diventano un obiettivo legittimo della sicurezza del regime e quindi sono soggetti a questa forma di repressione che sembra essere diventata molto più intensa rispetto ai primi giorni. Transita attraverso il tentativo di oscurare il Paese, attraverso la chiusura della rete internet, soprattutto per non provocare quel battage mediatico che potrebbe generare un ulteriore problema per il regime, che è l’intervento di attori esterni quali Israele e gli Stati Uniti”.
Secondo lei questa rivolta potrebbe avere esiti diversi dalle precedenti proteste e nel caso di una vera rivoluzione cosa ritiene possibile che possa succedere a Teheran?
“Siamo, a mio avviso, ancora in una fase fortemente dinamica, dove quindi tutti gli scenari restano aperti. Sostanzialmente ci sono quattro ipotesi di scenario secondo me che possono essere formulate, cioè quelle di una forte azione repressiva, che alla fine riesca ancora una volta a contenere le spinte della popolazione, reprimendo soprattutto le componenti giovanili, quindi far rientrare queste manifestazioni in tempo breve. Una seconda ipotesi è quella della capacità della protesta di individuare una leadership e trasformarla in un vero meccanismo rivoluzionario. E poi ci sono altre due ipotesi. Una è quella di un intervento esterno, che possa però generare a quel punto una reazione spropositata da parte delle autorità e trasformare il Paese in un vero e proprio campo di battaglia. E un’ultima ipotesi, che è quella sostanzialmente di un mutamento di regime all’interno però delle forze di regime stesso, quindi con una presa del potere da parte delle forze di seconda generazione dei pasdaran. In modo particolare una rimozione della prima generazione, quindi dell’apparato clericale di tutti i simboli e valori rivoluzionari e sostanzialmente una trasformazione del Paese all’interno di una dinamica di amministrazione di stampo militare”.

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